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Un anno gattopardiano

Chissà perchè la fine di un anno rappresenta il momento, se non l'unico, per i consuntivi, i bilanci, i commenti e quant'altro possa essere ricondotto ad una qualsivoglia verifica di dati o di comportamenti o di risultati o di aspettative disattese o realizzate. Certamente l'aver definito l'annualità come la misura temporale delle politiche e delle programmazioni rappresenta una comodità statistico-sociale.

Il problema è che, molto spesso, il dato annuale, per quanto tendenziale e rilevante per confronti e proposizioni, si manifesta come un elemento di riflessione su ciò che è mutato e ciò che resta fermo nella sua atemporalità, nel suo essere indipendente dallo scorrere del tempo o dalla necessità di garantire un immobilismo preservandolo da qualunque tentazione di cambiamento sociale dovuto allo scorrere del tempo, delle aspettative degli altri, delle necessità di crescita di una comunità. Così, e per favore non ditemi che sono il solito pessimista, l'immobilità della mobilità si realizza nella ruota delle stesse politiche meridionalistiche che fra sconti, elemosine e federalismi possibili, ma improbabili in termini di efficienza, fa si che il Mezzogiorno, ela Calabria in particolare, resti ostaggio della sua storia, di un presente infinito e di un futuro senza capodanni.

D'altra parte cosa festeggiare? Quale successo? Quale contributo è stato dato dalla cultura politica calabrese, permettetemi la licenza, al dibattito nazionale e locale, figuriamoci europeo? Un Ponte? Una scuola all'avanguardia nei servizi ed integrata capace di interagire con altre strutture e dotata di infrastrutture d'eccezione? Forse un teatro di cui si sperava che l'inaugurazione di una stagione che non c'è riportasse un po'di piazza della Scala al Sud nelle griffe di qualche signora di provincia o di qualche benpensante che vede in via Iannoni una sorta di via Montenapoleone e dintorni di milanese memoria, per chi ce l'ha? O forse una stagione turistica d'eccezione capace di competere con Spagna, Grecia, addirittura la Tunisia o, la Romagna e la Sardegna per restare in Italia? O forse il successo di una riorganizzazione del territorio che superasse il disastro ambientale che si osserva ogni qualvolta ci si trovi a percorrere le nostre strade sperando che la viabilità sia ragionevolmente curata?

Ma, si sa, legati al locale, dominati da un particolare che ci accredita sempre meno nelle piazze che contano, convinti che sia sufficiente un manifesto per far scoprire, e non si sa quando, è giù dalle cascate del Nilo, un Mediterraneo che non c'è, data la staticità dei servizi e dell'offerta, sembra che il nostro capodanno sia fatto per essere festeggiato soltanto ringraziando di essere ancora presenti su un territorio che ci vuole esuli forzati. Così, la fine di quest'anno ci riporta sempre al punto di partenza. Restiamo a guardare ciò che fanno gli altri e lasciamo perdere ciò che succede a casa nostra… tanto non possiamo farci nulla.

E fra euroincertezze ed euroingiustizie, a caccia di riforme giustizialistiche o elitario-garantistiche giocate dalla politica locale a Roma o a politici nazionali naturalizzatisi calabresi, la sindrome da ultimi si estende quale male oscuro dei giovani del Sud, fra quartieri sempre più marginali e illusioni di lavoro o diseducazione, in certi casi, all'impegno sociale. E, per favore, mno ci si dica che noi esuli forzati, ancora, profeti in altre patrie giudichiamo male o con gli occhi di chi è scappato o rifiuta l'impegno nella propria terra.

Le origini sono da sempre la nostra forza, il nostro vantaggio competitivo, il background culturale di fatica, sofferenza e decisione che la nostra terra, quella vera, quella aspromontana ad esempio, o silvana, o delle marine, ci ha donato, quella caratteristiche che nessuna logica di potere è riuscita ad eliminare pur restando fine a se stessa e favorendone l'emigrazione per difetto di assorbimento delle intelligenze e delle capacità nelle proprie terre. Noi, esclusi da gattopardismi neovittoriani, tipici di una borghesia nobilitatasi all'interno di una pubblica amministrazione ancora ostaggio di logiche neoborboniche perpetuatesi per volontà di governo dall'unità in poi per favorire il governo e lo status quo dai nuovi regnanti, non rinneghiamo nè la storia nè il presente nè il futuro.

Guardiamo consapevoli ad un immobilismo oggettivo, ad una mondanità in cui tra le differenze di sviluppo ci si preoccupa ancora del vestito o di chi avrebbe occupato quel palco o quell'altro al di là di ogni dimamicità intellettuale che permette le stagioni teatrali ma anche l'impegno per la crescita delle comunità a minor opportunità. Alle scuole.Soprattutto alle scuole.Alla loro qualità. Alla capacità di rappresentare il futuro in un clima di pari opportunità di accesso per tutti, al di là del biglietto di palco o di platea.

Una mondanità che dovrebbe ricordare che la sicurezza stessa non è lasciata all'impegno oscuro dei pochi operatori, ma è un impegno di ogni livello istituzionale e che l'esercizio di un potere pubblico, da dovunque si arrivi, rappresenta l'esemplificazione di una volontà astratta ma dominante: quella dello Stato. Di uno Stato che è di tutti e che tutti devono avere il coraggio di difendere da tutti. Anche da chi ne personalizza il potere fra lustrini e quant'altro dimenticandosi che il cittadino attende risposte al di là della virtualità dei nomi delle operazioni e dei contenuti personalizzati.
 
Chi ha responsabilità deve avere il coraggio di assumersele anche se non sente sua questa terra. Scorte e tutele rappresentano un momento di debolezza. Ad ognuno il coraggio di difendere questo Stato con dinamismo e senze opportunistiche staticità. Sena ciò la memoria gattopardiana sarà sempre presente ed il fantasma della provincialità la vera chiave di lettura di chi crede di essere al centro di… nessun mondo, meno che mai dell'Europa, di un'Europa che guarda ad Est e che se non saremo capaci di ricordare l'importanza del Mezzogiorno, il Sud diventerà una semplice astrazione geografica… come l'Italia di Metternich.


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