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Il coraggio di una terra

In un articolo presentato come lettera apparso su Il Quotidiano della Calabria giovedì scorso ho letto, come tanti calabresi, un commento interessante su “Il coraggio che serve alla Calabria”. Non esprimo una valutazione di merito sui contenuti perché ogni idea, ogni considerazione se sincera e se obiettivamente resa senza condizionamenti di parte diventa un’opportunità di confronto e un’occasione di crescita irrinunciabile a cui nessuno si può sottrarre. Tuttavia, ci sono tre aspetti ai quali sento il dovere morale - nei miei confronti e della mia terra - di dedicare una riflessione nella speranza di invitare l’attento lettore a fare altrettanto.

Il primo aspetto è la caduta libera della Calabria in un limbo di precarietà e di incertezza come mai successo prima. E’ vero che incertezza sul futuro e precarietà siano non solo aspetti che colpiscono la nostra regione, ma il risultato che si può percepire in maniera diffusa in molti ambiti della società nazionale soprattutto guardando gli eventi politici e di cronaca di questi ultimi giorni. Ma la consapevolezza tutta calabrese, però di un sentimento di tale provvisorietà e di assenza di un orizzonte non è una novità di questi ultimi anni. Soprattutto, non è la conseguenza dell’azione di una sola parte politica essendosi succedute, almeno da quarant’anni a questa parte tutte le espressioni del panorama politico, tutte coinvolte, a vario titolo, in situazioni di dubbia legalità che certamente non hanno reso un servizio alla Calabria. Una vita politica locale dominata da regni traversali, sostenuti da incontrovertibili sopravvivenze trasformiste a destra e a sinistra - quasi mai giustificate da semplici divergenze di progetto o da contenuti di idee - con buona pace delle segreterie nazionali di partito impegnate a valutare le proprie potenzialità elettorali piuttosto che impegnarsi nella ricerca di un valore aggiunto locale. Di fronte a tutto questo, di fronte a prossimità e aree grigie di sovrapposizione di interessi non sempre coincidenti con una necessità pubblica di crescita e di legalità della regione che hanno coinvolto tutti gli schieramenti politici, credo che in un’ottica di precarietà e di incertezza sia altrettanto precario e incerto il percorso di analisi offerto nell’articolo citato. Infatti, l’autore, non fornisce un’approfondita critica anche su espressioni amministrative di altro colore politico. Si ferma alle solite evidenze, aspetti magari interessanti ma che non cambiano il risultato se non presentare un ennesimo punto di arrivo di un processo di irresponsabilità nella condotta della vita politica di sempre in Calabria, nella deriva che ha precedenti e dalla quale nessuno è escluso solo per semplice appartenenza politica. Una deriva, infatti, per chi è calabrese nell’animo e nei sentimenti, svincolato da ragioni di promozione politica, che si presenta con un’onda lunga che trascina con sé tutta la storia recente della regione e le responsabilità di altre, passate, dirigenze di diverso colore che si sono sovrapposte negli anni.

Il secondo aspetto, le lodi e il presunto Salvatore. Credo che la Calabria, e anche l’Italia in realtà, non abbia necessità né di Salvatori né di Messia, né che si crei un esercito politico che aspetti il proprio Mahdi per essere guidata verso una vittoria. La realtà è, da sempre, ben nota e molto chiara nelle sue dinamiche nelle coscienze dei calabresi e nelle menti dell’intellettualità più indipendente. La Calabria ha bisogno di voltare pagina. Ha necessità di esprimere una classe politica credibile a destra come a sinistra. Una classe politica capace di presentarsi con competenze e onestà amministrative che si privino della loro compiacenza trasversale per raggiungere una maturità culturale e gestionale che la affranchi dalle logiche di segreteria, nazionali, e di famiglia.

Il terzo aspetto, i giovani di Locri. Sono i giovani di sempre, che ricordano i giovani di Cittanova degli anni Ottanta, in un territorio in preda alle faide, come i giovani di ogni liceo impegnati a cercarsi un futuro altrove, che hanno pesato ogni giorno la precarietà e l’incertezza offerta dai vuoti a perdere della politica, dall’assenza di progettualità, di crescita e dal dramma dell’illegalità. I giovani che cambiano nei volti, giovani diversi ma che dialogano, oggi, con gli stessi, immutati, interlocutori di ieri. Per cambiare tutto questo, è vero, ci vuole coraggio. Il coraggio dei calabresi che subiscono i risultati di politiche non adeguate alle aspettative di legalità e di buona amministrazione nel riuscire a non offrirsi, ancora una volta, al gioco politico locale, e nazionale, delle facili promesse o delle mai certe aspettative.

Ma ci vuole il coraggio di una classe politica, soprattutto nazionale, di riconoscere di non essere immune da responsabilità nei confronti della Calabria avvalorando espressioni di ieri, oggi sopravvissute localmente in un patto di sostegno reciproco che non assolve né la destra né la sinistra. Serve il coraggio di una classe politica di cambiare uomini e idee, guardando all’interesse della regione e non al risultato mancato in virtù di logiche di effimero potere neofeudale. La sincerità politica, oltre che etica, di non chiedere ai soli calabresi quel coraggio che, al Sud come al Nord e in molti Paesi del mondo, nel lavoro e nell’accontentarsi di un quotidiano ognuno di noi da sempre ha dimostrato con la silenziosa dignità e operosità che ci caratterizza. Il coraggio di cambiare, insomma, la politica dal di dentro, un cambiamento necessario per legalità e onestà intellettuale, che non esclude nessuno. Il coraggio di un esempio che parte dall’alto se vuole ottenere un consenso fondato su lealtà e onestà.


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