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Foto di famiglia

Molto spesso, guardando i programmi televisivi o colpiti da eventi che segnano il nostro immaginario e la nostra coscienza, ci lasciamo andare a commenti o manifestazioni di sentimenti e di emozioni che dimostrano quanto ci si senta coinvolti, partecipi, in ciò che ci accade attorno. Così ci sentiamo protagonisti di una notizia, di un dispiacere quanto di una felicità, parti della vita politica o della vita economica della comunità nella quale ci identifichiamo, internazionale, nazionale o locale che sia.

In questi ultimi mesi ciò che distingue l’essere calabresi è la continua e reiterata promozione del nostro mondo in una serie inveterata di spot, commenti, trasmissioni, notizie e vicende che ci presentano e rappresentano agli occhi non solo dell’Italia ma, grazie al satellite e alla velocità del web, del mondo intero. Come scrissi in passato sui I ragazzi di ieri e quelli di oggi (Il Quotidiano del 20 dicembre 2006) e come scrivo da sempre, dal liceo ad oggi, imbiancato dall’età, dall’esperienza e dalle disillusioni, penso che si sia perso il gusto del confronto, che ci si sia abituati ad una politica di servizi più che di servizio, trasversale, di mutua assistenza politica e familiare, che domina da sempre la storia della regione.

Oggi siamo sempre più parte, nostro malgrado, di una società che non riesce ad affrancarsi da una dimensione provinciale di una politica partitica, considerata l’impresa migliore e più efficiente nel realizzare aspettative di lavoro, possibilità di sopravvivenza economica per chi la interpreta come un appannaggio personale di potere e non quale palestra di idee e di programmi, rivolta a garantire crescita, maturità e responsabilità civile ad una comunità organizzata. Di questo, che ci piaccia o no, siamo costretti a condividerne tutto: i commenti degli altri e i risultati mancati, le aspettative disattese e le illusioni disarmanti dopo le promesse. Condividiamo, come una famiglia, l’avventura dei ragazzi di Locri, non ultimi in questa lotta senza fine e senza futuro, testimoni ed eredi di un passato di altri ragazzi oggi adulti disincantati.

Leggiamo, in famiglia, “Il cielo è sempre più blu”, scritto da Michele Cucuzza, anche se non ci illudiamo di non rileggere più nelle pagine le opinioni e i commenti di sempre, sempre gli stessi, dove nei contenuti rimangono in vita i soliti rituali dogmatici propri di una politica di stabile e voluta precarietà. Una fragilità mai vinta, che sopravvive alla longevità del “governo” del momento. Che si autoalimenta nell’assenza di consapevoli proposte che cerchiamo nelle pagine e nelle parole dei protagonisti che non troviamo, che si disperdono nella debolezza dell’analisi e delle argomentazioni che sfuggono anche all’attento autore più preso dall’evidenza del cronista che dalla sostanza dell’analista.

Partecipiamo, indirettamente, e ne siamo destinatari però, anche alla campagna fotografica promossa sul Corriere della Sera alle cui costose pagine la difesa della nostra dignità - perché, a quanto pare, non sarebbe stato possibile difenderla in altre sedi e con altre formule - è stata affidata nell’angelica dissacrante provocazione dell’autore nella scelta delle foto e degli happening. Abbiamo visto in famiglia la serie in due parti di “Pane e Politica” senza abbandonarci ad isterismi o a commenti poco sereni perché, in fondo, non ci meraviglia nemmeno una sempre più evidente realtà politica clientelare ostaggio come siamo, ormai, di un’indolenza forzosa che, al di là del momento, non ci dà la forza di esprimere un pensiero nuovo, libero dal bisogno e dai condizionamenti di pochi. Di manifestare, a quanto pare, veramente quell’indipendenza di idee e di coscienza necessaria per restituire alla Calabria, ai calabresi, quella dignità che li ha portati in Italia e nel mondo a lavorare per il benessere altrui senza per forza sentirsi clienti di qualcuno e lontani dal padre politico di turno. Quella dignità di uomini silenziosi, laboriosi, che si perde nell’emigrazione dei meno fortunati e che oggi, da più parti d’Italia e del mondo, non credono che l’unica soluzione per restituire credibilità ad ognuno di noi sia affidare il nostro senso e sentimento di identità a meno dignitose campagne promozionali.


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