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Sanità: la tragedia di una politica senza etica

Le tragedie che si manifestano nelle strutture che dovrebbero garantire la cura del cittadino, celebrare il sentimento di giusto amore verso l’altro nell’offrire un servizio fondamentale per garantire il diritto alla salute non hanno, non possono avere giustificazioni né di carattere infrastrutturale né di altro tipo se non solo l’impossibilità della cura, l’impossibilità di trattare una patologia per limite di conoscenza scientifica. Credo che la rabbia del ministro sugli ospedali ritenuti “a rischio” sia fondamentalmente strumentale così come, per chi ha conosciuto la sanità in Calabria sulla propria pelle e su quella dei propri congiunti, sa che non vi possono essere ospedali a “rischio” né in una regione sfortunata come la Calabria, in una nazione come l’Italia.

Un Paese, il nostro, che si pone come un esempio di civiltà nella cooperazione internazionale verso popoli meno fortunati le cui cure sono affidate a ospedali improvvisati, estemporanei, ma dove gli interventi riescono. Credo che si sia giunti ad un punto di non ritorno di un modello di gestione dei servizi pubblici che risponde ancora una volta a logiche politiche e a interessi di settore molto radicati. Interessi e settori che guardano alla sanità come ad un servizio che rende, sempre e soprattutto, se è il pubblico a pagarne le spese. Un sistema che agevola le convenzioni con il privato attraverso il depotenziamento delle capacità finanziarie di funzionamento e di approvvigionamento della struttura pubblica dove l’utilizzo di apparecchiature in ambiti diversi da quello ospedaliero - opportunamente convenzionati - non può che rispondere che ad interessi privati che lucrano sulle malattie altrui.

Scelte che dimostrano, con la proliferazione di case di cura o dei centri diagnostici privati, che il pubblico sopravvive solo per assicurare posti di impiego stabili ed indiscussi mentre una sanità privata, in barba ad ogni garanzia costituzionale, cresce grazie alle risorse del pubblico. In questo senso credo che vi sia una sorta di idea abnorme sull’interpretazione di cosa si intenda per ospedali a rischio e, per converso, per centri di eccellenza. Credo, in verità, che rischio ed eccellenza non siano che facce ulteriori di una realtà parossistica di un servizio, quello sanitario, ancora oggi strumento di potere piuttosto che rappresentare il momento più significativo, nella sua possibile efficienza, di una classe dirigente capace. Non vi possono essere giustificazioni infrastrutturali idonee a spiegare tragedie che non si verificano in situazioni operative dove non vi sono strutture adeguate, ma si opera, si fa medicina, anche impegnativa.

Dovremmo dire, oggi, guardando al resto del mondo, a quel mondo che per noi è Terzo nell’ottica di una presunzione di civiltà occidentale, che non ci resta che affidarci a strutture di emergenza che operano anche open space come gli ospedali da campo o gli arrangiati ricoveri di Emergency, piuttosto che agli ospedali “a rischio”, o chiedere di essere curati in Calabria da personale di Medecins sans Frontiéres. Strutture e personale, queste, che lavorano da sempre in emergenza e che, a quanto pare, sia le più piccole patologie come un’appendicite che disfunzioni come la cataratta o cardiovascolari, vengono curate e risolte con sicurezza e successo all’interno di una tenda in mezzo al deserto africano, iracheno, afghano o dentro un compound militare.

La verità, come sempre, è semplice e non molto distante dal nostro quotidiano a patto di volerla vedere con gli occhi di chi non si accontenta di promesse e di dichiarazioni su presunte efficienze dispersesi poi nelle corsie politiche degli ospedali calabresi. È la verità di sempre. Quella verità che dovrebbe essere fin troppo evidente anche per il ministro della Salute dal momento che nessun partito politico ne è avulso per essere stato sostenitore negli anni di quella trasversalità politica dei concorsi, degli incarichi, degli ospedali voluti, costruiti e mai resi definitivamente operativi che non assolve nessuno. Una verità che è chiara, soltanto per oggettiva situazione di fatto, per chi ha scelto di andarsene dalla propria terra e mettere in campo professionalità e capacità umane e mediche da tutt’altra parte.

Quei medici calabresi “senza frontiere” ai quali noi ancora oggi - e dei quali conserviamo gelosamente i contatti, i numeri di telefono e le email - ci affidiamo nella speranza che ci sia sempre il tempo per poter raggiungere ospedali e case di cura distanti dalla nostra terra dove essi lavorano e si fanno onore. Ospedali lontani dalla nostra regione, dal nostro paese, dai nostri affetti più cari ai cui dottori chiediamo solo di avere diritto a curarci, perché il diritto alla salute non è altro che un simbiotico giuridico elemento del più ampio diritto alla vita.


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