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La Calabria, le città e l'hinterland che divide

Città e aree metropolitane secondo necessità

Le aree, così come le città, metropolitane sono state introdotte dalla legge del 1990, la n.142 sull’Ordinamento delle autonomie locali la quale considerava e considera, tutt’oggi, aree metropolitane i territori compresi nei comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e altri comuni purché i relativi insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione. Ovvero, esprimano un’identità strutturalmente e sinergicamente definibile in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali che possono essere condivise in termini di esercizio di un’azione politica ed amministrativa in maniera autonoma da regione e provincia. In quest’ottica le regioni, per effetto delle previsioni del legislatore, erano già state chiamate ad intervenire nell’individuare, oltre quelle già indicate nel testo legislativo, le possibili aree metropolitane.

Un’operazione che doveva essere definita entro un anno dall’entrata in vigore della legge citata. Non solo. Una volta individuate, o, meglio, delimitate, le aree metropolitane, il relativo capoluogo di provincia si sarebbe dovuto riconfigurare, secondo il dettato normativo, in città metropolitana adottando uno specifico statuto. In quest’ottica, la città metropolitana, insomma, avrebbe dovuto assorbire nella prospettiva più ampia possibile, garantita da un’omogeneità dei servizi e delle relazioni delle comunità più prossime alla città capoluogo, le competenze dei comuni del proprio hinterland. Questo perché l’area metropolitana, e la relativa città, si presenterebbe come un complesso di centri abitati che sono sempre confinanti con il capoluogo, ne condividono il territorio con altri comuni o si inseriscono fra il proprio territorio e quello del capoluogo. Centri abitati o comuni, questi ultimi, che hanno un sistema di servizi -trasporti, sanità, scuole, presidi di polizia ecc…- i cui utenti esprimono una comunità intercomunale.

In questo senso, nella volontà di ridefinire l’assetto ordinativo delle grandi città italiane confrontandolo con la dimensione provinciale, era ed è evidente che lo spirito della legge si ispirava a rendere maggiormente autonoma la capacità amministrativa del capoluogo facendone assumere competenze già riconosciute alla provincia quale ente locale, ma trasferite alla nuova dimensione metropolitana. In tale quadro, lo stesso provvedimento normativo, per coerenza di disciplina e di funzioni territoriali riconosciute ai vari enti locali, attribuisce alla regione la facoltà, salvo l’applicazione del principio di sussidiarietà in caso di inerzia riservata all’esecutivo, di individuare l’area metropolitana nei termini previsti dalla relativa, se adottata, legge regionale e di ripartire fra i comuni e la città metropolitana le funzioni amministrative. Alla città metropolitana andrebbero riconosciute, quindi, oltre alle funzioni di competenza provinciale, le funzioni normalmente affidate ai comuni quando queste hanno uno specifico carattere sovra e intercomunale o dovrebbero, per ragioni di economicità ed efficienza, essere svolte in forma coordinata nell'ambito dell’intera area metropolitana.

In questa politica, che non è certamente una novità, le regioni avrebbero potuto, e ciò varrebbe anche per la Calabria se fosse stato ritenuto importante, dar luogo alla istituzione di nuovi comuni scorporandoli da aree di intensa urbanizzazione o per fusione di comuni contigui, in funzione del grado di autonomia, di organizzazione e di funzionalità prefissato, o individuare aree e città metropolitane ricorrendone le condizioni. In questo ultimo caso, assicurando, se da istituire, un equilibrato rapporto fra dimensioni territoriali possibili e peso demografico. Una possibilità mai esercitata sino ad oggi -visto che si è in tema di razionalizzazione degli assetti territoriali degli enti locali- che avrebbe dovuto assicurare, razionalizzandole, il pieno esercizio delle funzioni comunali, la migliore qualità e il miglior accesso ai servizi (trasporti, sanità, scuole, sicurezza per indicarne alcuni), e la responsabile partecipazione dei cittadini ai processi di governo locale producendo economia di spesa.

Ora, di fronte alla polemica tra il Sindaco di Reggio Calabria e il Presidente della Regione credo sia necessario fissare due ordini di principi. Il primo è che le scelte circa la definizione di un’area metropolitana, come l’individuazione di una città metropolitana, non possono essere enucleate da un piano o da un progetto complessivo di riordino degli enti locali sul territorio regionale. Un piano o progetto finalizzato a migliorare la qualità dei servizi resi ai cittadini in un clima di razionale equilibrio tra azione amministrativa possibile e risultati perseguibili. Il secondo è che non vi dovrebbe essere in un’azione di riassetto istituzionale, estemporaneità nella decisione né contrattualizzazione politica di colore su dove, chi e come dare corso alla trasformazione in città metropolitana come nell’individuazione della relativa area nella quale essa insiste.

Perdere di vista questi due aspetti significa, anzitutto, svuotare di contenuti l’istituzione regione perché perde di credibilità amministrativa per inerzia e assenza di progetto lasciandone l’iniziativa alla sola volontà di un sindaco. In secondo luogo, pone in forse la capacità dello stesso comune -o città che si candida a città metropolitana se al di fuori di quelle già previste- a reggere poi concretamente un’ulteriore autonomia amministrativa disancorandola da una dimensione provinciale, attribuendosi il fine di risolvere in toto ogni impegno di governo su un territorio extracomunale e intercomunale. Un’autonomia di governance locale, subprovinciale ma più che comunale, che se non prossima e utile a rendere omogenea un’area periferica come può esser valido per Milano, Napoli, Palermo, Torino e altri grandi centri che hanno hinterland ben definiti e che si amalgamano con le città capoluogo, rischierebbe di perdere completamente di significato riportando a galla in futuro la necessità di reistituire, se non reinventare, un ente provincia.

Se poi gli obiettivi sono di altro tipo, ovvero se, in fondo, ci si trova di fronte ad un gioco al rimpiattino politico proponendo per motivi diversi da quelli dichiarati, ad esempio, un’area metropolitana dello Stretto -che dovrebbe assumere standard di qualità dei servizi e identità di problematiche territoriali in ambiti provinciali appartenenti a due regioni, implicando di riconoscere, magari ad entrambe per par condicio, lo status di città metropolitane sia a Reggio che a Messina- o l’istituzione di un’area di interesse, non prevista dalla legge 142/90, nella locride o in altra provincia non ben definita come contropartita politica nelle ragioni e negli scopi, credo che sia doveroso riflettere sulla “chiarezza” di idee che contraddistingue una politica ormai senza alcun dubbio dotata veramente di pochi orizzonti complessivi, in termini di sostanza.

Una querelle politica che anche sulla riorganizzazione del territorio e delle istituzioni corre su linee parallele affidandosi a facili slogan. Orizzonti brevi, dove anche assetti e buone idee, meno le intenzioni, purtroppo, invece di rispondere ad un quadro organico di riassetto funzionale degli ordinamenti locali secondo gli scopi della legge che non dovrebbero rispondere ad alcun distinguo politico, continuano ad essere merce da mercato preelettorale.

Un limite di sensibilità e di dialogo soprattutto tra i protagonisti, regione e comune, che si manifesta tale ancora una volta mentre il territorio langue sulle risacche dei centri capoluogo. Una miopia tipica di politiche da capoluogo, che abbandona le meno prossime, ma non meno importanti, comunità dei piccoli comuni calabresi sganciate da ogni possibilità di far parte di programmi integrati di crescita, di sviluppo produttivo e dei servizi, di inserimento coerente nelle azioni politiche di una regione, piuttosto che di una provincia o di una città metropolitana che vivrebbe solo di se stessa.


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