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Sanità e senso di civiltà

Sono anni ormai che scrivo commenti non solo di politica estera ma anche sulla realtà calabrese, quella della mia terra, quella che conosco da anni e che, nonostante per lavoro mi trovi a Nord Ovest, mi permetto di non abbandonare o, ancor peggio, di dimenticare. Mi rendo conto che, per un analista politico e per chi scrive, usare la prima persona non è elegante, poco deontologico forse. Ma qual è il senso di una deontologia professionale oggi? Sono anni che, nonostante i miei capelli diventino grigi, e nonostante le mie relazioni con molti medici calabresi, visitando per motivi anche di lavoro strutture sanitarie di altre regioni, mi interrogo su cosa manchi in Calabria.

Cosa faccia la differenza tra un ospedale del Nord Italia e un nostro nosocomio. Del perché si debba ricorrere ad esami specialistici altrove, nella stessa Calabria, indirizzando i pazienti alle strutture private quando le più avanzate tecnologie sono in possesso, e funzionano, negli ospedali pubblici in altre parti d’Italia. Mi chiedo quale sia la ragione che induce molti medici calabresi a non tornare in Calabria, i miei amici di liceo a esercitare la professione al di fuori della nostra terra e bene. Una risposta, tante risposte ci sono quando ci ritroviamo in Calabria. Sono risposte che ognuno ha dentro di se ma non le vuole dare perché dette più volte e oggi sempre più confermate.

Vorrei dire qualcosa, però, come servitore dello Stato, come uomo pubblico nel mio piccolo, come calabrese che si occupa e preoccupa della sicurezza di cittadini di altre terre. Vorrei dire che l’incubo di una sanità così lontana dal senso comune del servizio pubblico e che sia efficiente anche nel dramma, coraggiosa nella denuncia quanto nel fare, mi assale dal giorno che mio padre morì in ospedale. Non feci nulla. C’era poco da fare per un aneurisma che fu trattato in modo adeguato da un chirurgo sul quale non potevo dire nulla sulla sua professionalità e per una patologia che non avrebbe potuto permettere nessun trasferimento altrove, data l’immanenza del pericolo di vita, se non l’intervento chirurgico immediato. Ma di queste ore non ricordo solo il momento della morte di mio padre.

Mi ricordo ancora oggi come se fosse ieri, arrivato in aereo a Reggio Calabria e giunto a Locri, di sette ore passate in piedi in una notte di luglio in un’astanteria di rianimazione io e mia madre da soli, in compagnia delle zanzare le cui punture erano le uniche carezze disponibili. Dall’altra parte della porta mio padre tra la vita e la morte. Nessun medico o infermiere è uscito per chiederci se avessimo bisogno di qualcosa sino alle cinque del mattino. Solo un’infermiera, neanche il medico, per dare la notizia che mio padre non ce l’aveva fatta. Ripeto, nel caso in particolare, non avevo dubbi sul chirurgo di allora, oggi chirurgo altrove, ben lontano dal Sud. Ma mi sono chiesto perché la sofferenza di un parente debba proseguire nel dramma della morte senza alcun sentimento.

Perché un obitorio in un Paese che si presenta con una consapevolezza di civiltà verso tutti, morti compresi, si fosse ridotto ad un seminterrato con un cadavere messo lì, su una lastra di marmo e, per la cui cura, elemosinare un minimo di rispetto e offrire una mancia per riassettarne i poveri resti. Mi sono chiesto perché si fosse umani, almeno nelle facili apparenze, sino all’ultimo minuto di vita e poi non lo si era più. Mi sono chiesto in questi anni, guardando da lontano quell’ospedale e raccogliendo i racconti della mia gente, perché ad esempio, tra le tante cose che andrebbero rifondate, non vi fosse una vera, efficiente e attrezzata medicina d’urgenza.

Me lo sono chiesto mentre entravo un giorno in quell’ospedale il cui pronto soccorso si presenta ancora oggi senza pensilina all’arrivo delle ambulanze. Mi sembrava di essere dovunque, ma tutt’altro che in un minimo di poliambulatorio d’emergenza con una minima capacità chirurgica come visto altrove. Un momento di smarrimento e di riflessione da militare che mi ha fatto pensare - conoscendo i nostri ospedali da campo e colleghi ufficiali, ovviamente medici che vi lavorano, e le attrezzature di cui dispongono - che forse era meglio essere ricoverati sotto una tenda. Mi sono chiesto, guardando molti bambini perché non esiste a Locri una Pediatria Chirurgica e mi sono detto a distanza di anni, che sono stato fortunato che mio figlio, in stato anemico per emorragia dovuta ad un diverticolo sanguinante e di difficile diagnosi, si trovasse con me in altra parte del Paese, risolvendo con un intervento di mezz’ora una situazione indubbiamente pericolosissima.

Oggi mi chiedo quanti politici, amministratori, abbiano un minimo di sensibilità per offrire alla nostra gente la sanità che meritano e a chi viene in Calabria per turismo, o affida i figli ai propri nonni, la serenità di poter disporre di un’emergenza e di una sensibilità all’emergenza che dovrebbe far riflettere medici, infermieri e politici, che dietro quel paziente ci potrebbe essere un proprio familiare, un proprio bimbo o bimba o loro o noi stessi. Oggi mi chiedo perché, al di là delle chiacchiere da dozzina sulle candidature possibili e sulla sterile polemica di una politica inutile, insensata ed egoista, nessuno ci voglia dire in concreto cosa vuol fare per la Calabria, per la sanità come per altri servizi che tutto sembrano essere tranne che delle eccellenze.


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