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Continuare ad essere colonia politica?

Si aprono le danze politiche. Ma non è la Vienna del Congresso e della sua “diplomazia danzante”. È la Calabria della solita politica cangiante.

Il giro di valzer per le prossime regionali è iniziato in Calabria con un anticipo singolare, se non sorprendente, rispetto alle altre regioni che seguiranno nel rinnovo delle giunte e dei consigli regionali. Una corsa prevista, che denota un certo interesse verso le sorti di questa terra. Una corsa che mobilita qualche paladino estemporaneo di un meridionalismo del tutto personale, approdato da Roma in Calabria sin dalle elezioni politiche del 2001, “ospitato” nelle liste bloccando allora un collegio proporzionale come se, ancora una volta, sopravvivesse una sorta di adorazione da parte nostra per tutto ciò che è “forestiero”. Come se si dovesse prolungare un senso di subordinazione verso il potere centrale, non solo dello Stato, ma anche del partito.

Un’ospitalità politica che si è presentata, sotto forma di un mal interpretato senso dell’identità e della nostra dignità da parte di chi ne ha favorito la discesa, che ne ha trasceso la ragionevolezza dell’autonoma capacità di libera determinazione del nostro pensiero, delle nostre scelte, del riappropriarci del nostro destino. È evidente che la presenza continua, come l’interesse anche altrove, “in” e “verso” la Calabria di leader non calabresi, la forza di persuasione affermata con vigore al di sopra di ogni minima possibilità di confronto pubblico sui contenuti, al di là delle facili polemiche mediatiche del momento, non è una storia nuova, e nel centrodestra dura da almeno otto anni.

Ma proprio per questo, in un clima di volontà riformatrice del Paese in chiave autonomistica e di maggior maturità della politica regionale, ciò sembra una contraddizione evidente dal momento che tutto ciò ha il sapore di voler far mantenere riserve elettorali personali costruite azzerando da tempo sul territorio possibili concorrenze che non rispondessero a disegni personali ben precisi, sostituite con prescelte, fedeli, espressioni locali. Di fronte ad una sinistra che è incapace di affermare una propria idea riformatrice, di cambiamento, che paga il prezzo di un abbandono negli anni della Calabria e che di fatto può contare solo sulla capacità del presidente uscente nel cercare di sostituirvisi, stiamo osservando l’affermarsi di un’eccentrica visione di un centrodestra che affida le decisioni di scelta dei candidati ad un’espressione del partito tutt’altro che calabrese, ad una figura proconsolare che disegna una sorta di tutoraggio politico.

Un’espressione significativa, per il centrodestra o per parte di esso, ma non calabrese, che vorrebbe continuare a dirigere la politica della regione, attribuirsi l’onere di gestire dall’alto un cambiamento gattopardiano rimescolando le carte per mantenere, se non proprio consolidare, il proprio personale peso politico. Che si assume il potere di designare e dare il proprio imprimatur al candidato, ai candidati e all’azione politica da condurre. Obiettivi, interessi, scopi che non possono avere nulla a che fare con il destino della regione e con i problemi veri, concreti, della Calabria di cui non se ne sente parlare; ma certamente ottimi prodotti da vendere nelle dinamiche di potere interne al partito allorquando si dovrà decidere, nel caso, qualche incarico nazionale o qualche candidatura, nel gioco delle correnti e del riconoscimento di autorevolezza del loro capo.

Un consolidamento di personalità, questo il fine, che costringerà una certa parte politica, se resisterà all’impatto delle prossime amministrative, a dover continuare a chiedere, in futuro, anche per la candidatura di un sindaco o per meno ancora, cosa ne penserà il proconsole di turno. Ebbene, credo davvero che di film e prime visioni ne abbiamo viste tante. Di protagonisti ne abbiamo avuti tanti e qualcuno di questi ha capito, molto bene purtroppo, che in Calabria si poteva essere tali proprio perché, in una terra dove manca molto e si crede ancora nelle promesse altrui, è facile conquistarne il palcoscenico usando toni da propaganda o da promozione da telemarketing garantendo ai propri fedelissimi sul territorio qualche seggio in Parlamento. E perché, soprattutto, qualcuno da tempo ha capito che il nostro esser divisi, mantenuto in vita sulla speranza delle promesse di sempre, avrebbe favorito a sua volta, una classe politica assente dal territorio e troppo impegnata a vivere a Roma.

Una classe politica, quella calabrese, che a destra e a sinistra guarda a se stessa senza preoccuparsi di difendere un minimo senso di appartenenza. Quel senso di appartenenza, di identità che, lontano da qui, non si ritrova più nelle stanze dei palazzi romani che contano, Camera o Senato che fossero. Il valzer continuerà, quindi, e le regie saranno sempre le stesse e noi gli spettatori non danzanti con i nostri carnet vuoti. Le stesse regìe che non si infrangeranno neanche di fronte all’invocata discesa in campo di una presunta, personalissima, “società civile” già propostasi, e saggiata, rispettivamente dal centrodestra e dal centrosinistra in passato quale soluzione miracolosa del momento.

Una soluzione, quest’ultima, che cadrà nella trappola psicologica dell’io. Tutto questo sarà un modo per far dimenticare, ancora una volta, ai calabresi che si è protagonisti se si ha possibilità di decidere, di condividere o non condividere, di partecipare da protagonisti e non da spettatori al dibattito politico. Che si è protagonisti mettendo davanti l’interesse della comunità e non il proprio. Che si è uomini di Stato se umiltà, capacità di dialogo e di confronto diventano virtù da ricercare e difendere. Che si è veri politici se si cercano politiche e processi politici inclusivi. Perché una società matura politicamente è tale se è così forte da non cadere sotto le lusinghe e il fascino degli slogan, degli egoismi del potere, delle facili promesse mai onorate. Perché la Calabria potrà diventare tale se non sarà vittima dei soliti film, dei soliti attori e delle solite regìe se non sarà vittima dei mali che potrebbe curare e dai quali guarirne ma che, per qualche motivo politico, forse è ancora conveniente far sopravvivere.


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