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Un codice etico per tutti e per nessuno

Ciò che è successo negli ultimi anni in Calabria, e in molte regioni del Sud, riflette l’immobilità di un sistema che non riesce a sdoganarsi da una politica personalistica. Una politica che mette da parte ogni possibile rivitalizzazione del confronto sui programmi. Una politica che fa sopravvivere una forte resistenza al rinnovamento che sta ingessando ogni timida iniziativa di sviluppo regionale, impedendo la formazione di una nuova coscienza culturale e di un’altrettanto diversa coscienza politica capaci di rideterminare gli assetti sociali ed economici delle regioni del Sud.

Il problema della personalizzazione della politica, la necessità che si investa su un aspirante presidente indicato dai vertici di partito, che si scelgano i candidati solo ed esclusivamente all’interno delle dinamiche di segreteria hanno avuto come risultato quello di aver perfezionato un modello più volte ritenuto desueto ma che così non è: quello clientelare. Un sistema di vita politica, di scelta e di prospettiva che si presenta come il miglior strumento propagandistico legittimo e “naturale” dei nostri leader. Un modello che nella sua riedizione postangentopoli ha apportato al sistema politico una moda che ha invertito ogni possibile tendenza positiva. E cioè, invece di creare proposte sulla base di programmi che rispecchiano le esigenze dei territori, la classe politica meridionale, sul riflesso di quella nazionale, per legittimare se stessa ha ipotecato il futuro “promettendo”, e poi “sistemando” il suo elettorato, o, meglio, i suoi “grandi elettori” premiandoli nel vortice delle posizioni esistenti o create ad hoc all’interno della macchina burocratica.

Pur non essendo solo il Mezzogiorno l’unico destinatario di tali processi -il Nord è un buon maestro non mancando di usare l’apparato pubblico per suddividere incarichi e consulenze- è indubbio che il nostro Sud si presenta come la più popolata macchina pubblica del Paese. Un modello di assorbimento di risorse umane e finanziarie così voluto anche da chi, al Nord, è pronto ad indirizzare strali e invettive su un Mezzogiorno che è e resta il miglior risultato di una politica di compiacente abbandono alle cure statali di ogni possibile disegno di sviluppo competitivo. Ma da cosa nasce il “blocco”? Immeritevoli, poco capaci, spesso discutibilmente chiari se non poco trasparenti in una classe politica alla deriva sono queste le qualità che emergono per alcuni attori che si sono ritrovati a dover gestire una Regione, una Provincia o un Comune. Istituzioni, queste ultime, anestetizzate dall’euforia del momento del candidato vittorioso per dimostrarsi completamente incapaci, poi, di agire dal punto di vista giuridico-amministrativo con i risultati che da decenni abbiamo sotto i nostri occhi.

La politica è diventata, allora, un sorta di divertissement, un divertimento quasi infantile, personale, una sfida, un gioco finalizzato solo a decidere chi è il più forte, e non si capisce su quale forza ci si ispiri…o sarebbe meglio non capirlo, e poco importa se e come saprà fare. Di fronte a ciò, la politica al Sud si è trasformata in questi ultimi anni in una semplice prassi perché svuotata del suo significato più nobile: occuparsi dell’interesse generale e dedicarsi con onestà d’animo al servizio della gente. Un dovere che supera ogni formula druida di codici etici che non hanno senso se non quello di proclamare, guardando chi si approssima alle liste, l’impossibile per chi deve vincere: cioè l’affrancamento da “certi” bacini elettorali, per non dire altro …imbarazzanti, e mettere in conto, rischiando, di poter vincere facendone a meno.

Oggi non esistono né codici etici né codici inscritti anche in un incarico politico. Oggi esiste solo una riga di margine offuscata dalle lotte interne ai partiti e ai movimenti politici dove si celebra il culto della personalità e per la cui celebrazione tutto è sacrificabile, tutto può essere mistificato: etica compresa. La Calabria di oggi è un pò come la Campania, ma anche come la Puglia al di là dell’esito delle primarie. Regioni con grandi potenzialità di sviluppo ma con seri impedimenti dovuti all’inadeguatezza degli amministratori e ad una coscienza collettiva “adagiatasi” sulla cultura della facile, e spesso impunita, illegalità e delle clientele.

Ciò che è un diritto al Nord -per quanto velato dall’efficienza dell’apparato che mistifica bene un assunto valido anche a quelle latitudini- al Sud diventa una certezza del favore possibile.

Ciò che è il rispetto delle istituzioni, salvato comodamente nella facciata al Nord, si trasforma in ridicola banalizzazione del senso dello Stato nel Mezzogiorno. La grande migrazione degli universitari meridionali da Sud verso Nord dimostra la grande delusione che i nostri ragazzi provano sulla loro pelle. Emarginati da un sistema produttivo regionale che non esiste, al di là delle facili parole e degli inganni pubblicitari, i nostri giovani non trovano spazio all’interno del sistema occupazionale e sono costretti e lasciare la Calabria.

Tuttavia, nel disamore verso una politica di mestiere e del nulla, l’unica soluzione rimane politica. Ma si tratta di un fare politica diverso, con persone diverse, con esperienze diverse, evitando codici etici inutili e sperando che l’etica torni ad essere un valore intimo e non una bandiera del momento. Una parola da riconoscere nuovamente poiché, sino ad ora, scomparsa e, se ritrovata, vilipesa allorquando la si è usata, o la si usa ancora, come specchio per allodole ormai sempre meno ingenue.


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