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Sanità: la sfida tra senso di civiltà e responsabilità

L’agosto 2009 ha visto una bambina di cinque anni residente in Toscana ma in vacanza dai nonni in Calabria perdere la vita poco prima delle 18 in un ospedale della provincia di Reggio Calabria in circostanze sulle quali dovranno fare luce una commissione di verifica e la magistratura. Un malore che si è trasformato in tragedia. Non l’unico del 2009 e nemmeno del 2010.

Ci sono momenti nei quali crediamo che qualcosa possa cambiare. O, meglio, sono molti a sperare che per una volta si possa avere una qualità della vita senza angosce e frustrazioni. Una sensazione intima, non sempre consapevole, che si rivela grazie alla certezza di disporre, in ogni momento, di una qualità reale di servizi e di aiuti che sostengono la vita sociale. Il diritto alla salute è importante. E’ un diritto che, insieme all’istruzione e alla libertà, si colloca nella parte prima della nostra Costituzione. Un posto di rilievo, non casuale, dove si completano i principi fondamentali sui quali si costruisce una società civile, una comunità di pari, nelle possibilità, nelle opportunità, nella qualità dei servizi essenziali. Diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione a tutti gli italiani, calabresi compresi.

Chiedere una sanità efficiente, pubblica, di qualità e fondata sulle migliori espressioni di medici e di amministratori - capace di andare al di là delle privatizzazioni di comodo delle prestazioni che snaturano gli ospedali favorendo le strutture di alcuni - è ormai un dovere. E’ per il cittadino affermare un valore e aspettarsi una dimostrazione di competenza politica, di credibilità e di onestà da coloro che fanno sanità e che su essa decidono. In questa richiesta vi è la tutela concreta della salute, la possibilità di essere sicuri, certi, di poter trovare le cure necessarie e assicurarsi una tranquillità che si è persa man mano e che non può risolversi nelle cosiddette eccellenze da promozione pubblicitaria. Vi è il senso di una serenità che, al contrario, dovrebbe riguardare la normalità del livello delle prestazioni offerte, della loro qualità.

Vi è la richiesta di poter superare un senso di abbandono e di impotenza che ci assale quando ci si approssima alle corsie di molti ospedali, o ci confrontiamo con la confusione della gestione dei servizi sanitari sacrificati per soddisfare gli assetti interni piuttosto che le necessità del paziente. Tuttavia, dentro queste personali angosce, ci sono anche aspetti meno chiari: non è comprensibile ad esempio il gioco politico indiscriminato delle nomine e delle cariche dal quale sono derivati danni incalcolabili. Non è comprensibile la mancanza di volontà nel privilegiare l’ottimizzazione delle risorse e la valorizzazione delle strutture evitando sovrapposizioni inutili, inefficienti duplicazioni.

La verità è che una sanità efficiente deve realizzarsi su tre ambiti determinanti che ne costituiscono il valore aggiunto di un servizio adeguato. Il primo, una formazione aderente alle richieste del territorio, che premi i migliori, che sia adeguata alle aspettative dell’utenza, realizzata a monte con selezione accurata e in itinere premiando l’esperienza maturata soprattutto in ambiti diversi. Il secondo, la realizzazione di una distinzione tra strutture capaci di rispondere alle degenze più lunghe - distribuendo le prestazioni su reparti idonei, anche per risorse finanziarie disponibili, a trattare nel tempo il decorso clinico del paziente - e le strutture di primo soccorso con capacità chirurgiche. Terzo, e conseguenza dell’assunto precedente, la sostituzione degli ospedali di zona troppo vicini tra di loro con una medicina d’urgenza capace di trattare l’emergenza evitando inutili e pericolosi trasporti e la dispersione di risorse in degenze di medio o lungo termine.

Tutto questo per evitare, ad esempio, di chiedersi ancora una volta a cosa possano servire due ortopedie distanti appena sei chilometri se poi, una delle due non ha il radiologo di turno e deve rinviare l’esame del referto alla radiografia dell’altro ospedale. Oppure perché avere più reparti simili in ospedali prossimi lungo la costa e poi non disporre di una Chirurgia pediatrica lasciando che un bambino venga poi operato in Chirurgia generale.

La verità è che non è solo “tagliando” sulla sanità che si riuscirà a renderla più razionale. Bensì è nel considerare dannosa la moltiplicazione dei centri di spesa quando questi sono soltanto duplicazioni di posti letto e primariati e non espressione di efficienza ed efficacia dell’azione sanitaria che si misura proprio nel trattamento delle patologie d’urgenza. E’ nel rendere più vera nei fatti, e non solo a parole, la capacità dell’offerta sanitaria pubblica distribuendo le competenze necessarie partendo dal territorio, investendo al posto dei piccoli ospedali sul decentramento delle medicine d’urgenza. In questo modo si assicurerebbe una prestazione immediata con strutture d’emergenza che potrebbero disporre di maggiori risorse concentrandole soprattutto sulle professionalità e sulla diagnostica. Si eviterebbero, così, “Pronti Soccorsi” dalle dimensioni ambulatoriali, non sufficienti a completare un intervento efficace su infarti, coma diabetici o patologie cliniche per le quali il tempo è fondamentale, soprattutto se calcolato sulle tristi percorrenze che ci impone la viabilità calabrese.

Certo, per fare questo ci vogliono idee, piani sanitari realistici, programmi dotati di priorità nella diversificazione dell’offerta sanitaria e dei presidi ospedalieri. Piani che non possono non valutare una distribuzione efficiente della Medicina d’Urgenza ancora oggi scambiata come un Pronto Soccorso qualsiasi. Ci vuole onestà politica ed intellettuale e il coraggio di decidere come impiegare le risorse finanziarie. Il coraggio di limitare, se non abbandonare, il passato ricorso alle strutture private “opportunamente” convenzionate risparmiando denaro pubblico da investire in strumentazioni ospedaliere migliorando la qualità della diagnostica.

La sanità in Calabria deve diventare un valore nel quotidiano. Un valore che va difeso contro interessi di parte o individuali, perché l’abbattimento del senso di legalità nelle strutture sanitarie, come in tutta la pubblica amministrazione, è un pericolo grave perché dentro la mancata cura vi è la mancata crescita di una comunità. E’ un valore di civiltà che va difeso nella sua migliore espressione, rispettando chi chiede di essere curato e chi crede che la vita valga ancora qualcosa.

Oggi, dopo tutte le incertezze della nostra sanità, gli scandali e altro ancora, ci chiediamo quanti politici, amministratori, abbiano un minimo di sensibilità per offrire alla nostra gente la sanità che merita e a chi viene in Calabria - per turismo, o per affidare in estate i figli ai propri nonni - la serenità di poter disporre di un servizio sanitario di qualità. Perché la sanità in Calabria è, da troppo tempo ormai, un’emergenza cronica. Un aspetto sensibile della vita della comunità che, se sottovalutata, nella tirannia del tempo e della malattia può condannare anche colui che avendone avuto il potere politico di cambiarla non lo ha fatto, magari sicuro di poter disporre di un letto in una clinica di Milano, Roma, Torino. Cliniche che, nella durezza del tempo e nella spietata logica di una patologia che non fa distinzioni di portafoglio o di potere, non sempre sono poi così “vicine” per salvare la vita anche di chi fino ad oggi si è permesso tanto. Troppo.


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