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Primo maggio in Calabria

Adesso siamo entrati anche noi nella storia della Festa del Lavoro. Una festa che in Calabria, in realtà, non ha mai avuto lo stesso impatto che ha avuto in altre regioni del Paese. Vuoi perché non esiste una cultura operaia, se non in limitati casi della storia locale. Vuoi perché siamo una società profondamente contadina, affrancatasi da un latifondismo sopravvissuto sino agli anni Sessanta, legata ad una ruralità conservatrice. Una festa che, sin dagli anni del liceo, veniva vista come qualcosa che apparteneva ad altri. Un luogo culturale che non esprimeva alcuna identità locale.

Una festa che del lavoro in Calabria se ne è sempre dimenticata in ragione delle più apprezzate masse operaie del Nord e dei più significativi ritorni di piazza sindacali nelle capitali del movimento operaio, da Torino, a Genova, a Bologna. Adesso è il turno della Calabria. Qualcuno ha scoperto che in Calabria la priorità non è abituarsi ad una rassegnazione dovuta da un debito da occupazione, mai saldato dai programmi governativi, né dalle abilità di governo locale. Si è scoperto che il lavoro è un’emergenza per una terra che del lavoro ne ha fatto il simbolo di riscatto e di affermazione al di fuori dei propri confini.

Per una terra che non riesce a dimostrare da sola la propria identità ed operosità. Un’identità ostaggio di apparenze politiche giocate sul futuro dei giovani da anni, da sempre. Se coinvolgere la locride in un disegno di riscatto sociale significa credere che vi siano forze e volontà per dare luogo al vero cambiamento allora si potrà anche manifestare. Ma se il cambiamento è uno slogan di chi mantiene alto strumentalmente il senso di un recupero di legalità e di tutela del territorio senza contenuti, allora devo dire che da quando ero studente ancora oggi vedo volti e leggo propositi che ieri, più di vent’anni fa, sentivo e leggevo tra i banchi di un liceo d’Aspromonte.

Frasi e propositi che non sono mutati, così come non è mutata la classe politica che della formula del cambiamento di ieri ne eredita la facile forma ma la difficile, e responsabile, sostanza. Un cambiamento mai avvenuto e che ancora oggi si risolve nelle vicende di un’azienda sanitaria commissariata, quasi come se vent’anni fa non fosse la stessa e risaputa cosa. Quasi come se clientelismo e scarso rispetto delle competenze non fossero i mali di un sistema che ha bandito dalla propria terra le risorse migliori. Come se vi fosse ancora qualcosa da dire più di quanto non sia già stato detto e ridetto da decenni a questa parte. Come se non si sia manifestato anche in passato nelle strade dei nostri Paesi in silenzio e con paura, e che oggi si decide di percorrere di nuovo, con un interesse rinnovato da una corsa politica appena conclusa.

Un interesse riproposto da una politica attenta verso una periferia sempre utile, come ieri. Un interesse verso ciò che fa notizia, senza pensare che legalità e soprattutto buona amministrazione, e non solo lotta contro la criminalità, sono responsabilità che dovrebbero toccare le anime e le coscienze di chi ha avuto in mano per anni le sorti della regione e che magari manifesterà ancora dimenticando promesse mancate in nome di una legalità presunta, di comodo. Pensando che tutela e rispetto del territorio, una sanità che eviti di farsi curare da medici calabresi in Lombardia e una scuola creatrice di competenze e abilità non fossero le ragioni di chi, già vent’anni fa, tra i banchi e le assemblee di un liceo, tentava di affermare principi di crescita civile. Quegli stessi principi che gli studenti di ieri, oggi adulti, vedono come strumento a disposizione di coloro che sono longevi depositari delle angosce della nostra terra.


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