Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Mafia e antimafia

Ci siamo illusi, tra un bagno ed un altro, pioggia permettendo, che gli argomenti estivi si limitassero ormai alle solite querelle relative alla condizione meridionale, alla sua dimensione di tragicomica periferia, dove alla critica diffusa non segue, ormai da secoli, storicizzandosi direi, alcuna concreta realizzazione propositiva per curare un malato di una malattia le cui cause eziologiche sono note ma non sufficienti,a quanto pare, a definire una diagnosi certa, una cura vera, seria ed opportuna, limitandosi a indicare prognosi senza fine.

E, così, l’ultimo argomento del tormentone estivo che doveva ricordarci la nostra condizione di cittadini di una terra ritenuta insicura per l’alto indice criminale arriva dal riprendere analisi e valutazioni sull’andamento, sul trend, in un certo senso, del fenomeno mafioso. Ovvero, di quel fenomeno criminale che resta, a quanto pare, l’unica nostra originalità e peculiarità agli occhi di un mondo che sembra vivere nella pace più assoluta a criminalità zero. Analisi, valutazioni sulla capacità manageriale delle organizzazioni criminali non rappresentano una novità. Né possono giustificare continui dibattiti, studi dottrinali e riunioni operative su un fenomeno noto da sempre, nelle cause e nelle modalità di condotta.

Dare luogo ad uno screening istituzionale su un fenomeno deviante che conosce bene l’architettura centrale e periferica dello Stato e che si muove con una capacità transnazionale permessa dalla denazionalizzazione del controllo e favorita dall’alta mobilità dei capitali, non sembra una novità di oggi né, tantomeno, stigmatizza un risultato di ricerca conseguito nell’immediato. Ciò rappresenta, null’altro, che una fisiologica conseguenza dell’evoluzione delle società contemporanee a cui un modello alternativo, competitivo, antigiuridico, ma non antagonista quale quello della criminalità mafiosa, non può non farne le spese adeguandosi.

La trasversalità del fenomeno criminale organizzato secondo schemi tipici del modello mafioso, e la transnazionalità rappresentano i due aspetti sui quali si fonda la sopravvivenza dell’organizzazione che si perfeziona e si evolve verso forme più sofisticate di controllo del territorio e di utilizzazione dei capitali sulle piazze più significative, a maggior rendimento e a minor controllo.

Disoccupazione, incertezza del futuro, non senso della storia unite ad un’instabilità politica di fondo nei governi locali attribuisce a tali fenomeni devianti, sui soggetti più deboli ed esclusi dalla partecipazione alla produzione di ricchezza, un potere regolatore che sopperisce, nelle comunità marginali, all’assenza di un modello immediato di integrazione e di norme non solo giuridiche ma etiche condivisibili, fondate sul consenso. In comunità sempre più facilmente permeabili, l’organizzazione criminale che si ispira ad un modello mafioso di condotta non è un contropotere.
 
Essa è, al contrario, garanzia, scomoda, di uno status quo finalizzato a controllare qualunque cambiamento, consapevole che la possibilità di dirigere le scelte maturate su un territorio rappresenta l’aspetto determinante del controllo sullo stesso e del successo delle elités, non necessariamente delle sole famiglie. Il problema, quindi, non è meravigliarsi del salto di qualità e della capacità di investire off shore. Ciò è solo un effetto dei tempi. La verità è che non muta la filosofia, criminale, ovviamente, di fondo, di un modello che crede nella sua forza di controllo degli spazi e delle risorse.La consapevolezza, cioè, di essere un potere indipendente, dotato di proprie basi di legittimazione idoneo a combattere tutto ciò che non è conforme al potere espresso e non su un territorio, autoreferenziandosi alla stessa stregua di altre, legali, istituzioni dello Stato.

Per questo, non è nella sorpresa della capacità delle organizzazioni criminali di operare su scenari non nazionali che si deve porre l’attenzione. Anche la criminalità albanese opera con dovuta professionalità su piazze europee dimostrando capacità logistiche di indubbio valore e degne di particolare attenzione.Il problema resta locale. Il contrasto si determina nella capacità di colpire i centri decisionali e non l’articolazione spaziale dell’impresa … criminale. E il centro decisionale non può che essere, contrariamente a logiche globali, nel territorio stesso di cui se ne cerca il dominio. Quel centro dove le scelte di investimento/controllo di grandi appalti o di gestione di risorse finanziarie, rappresentano le decisioni ultime di un vertice e si afferma l’autonomia, ed il potere, conseguente delle famiglie.

Se si sposta l’attenzione su obiettivi diversi, se si pensa di disarticolare all’esterno un’organizzazione criminale quale quella mafiosa, ciò rappresenta un errore strategico non indifferente: se ne garantirebbe il perdurare. La mafia non può essere un nemico per tutte le stagioni. Nella logica di una comunità mercantilistica avere un nemico è necessario per giustificare scelte e politiche. In una logica di convivenza civile e di tutela di diritti condivisi ciò significa non garantire futuro alla comunità e alle generazioni che verranno. Una logica dell’immobilismo nel contrasto a forme devianti organizzate di tale tenore rappresenta una minaccia al futuro della comunità e delle giovani generazioni, ampliandone e perpetuandone i termini dell’emarginazione e di dipendenza dalle scelte operate dalle elités dominanti che si riproducono per cooptazione.
 
Senza futuro, per parafrasare Barbara Spinelli, il presente non è messo alla prova, ed un presente non messo alla prova non lascia traccia di se. Così, spostare l’obiettivo dall’immediatezza di un contrasto di vertice e guardare oltre confine non permette di vedere il futuro di un successo possibile ma conferma la certezza, diffusa, di un presente senza prospettive.


È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.