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Legalità: un valore senza colore

Il 5 giugno 2007 il generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale viene avvicendato al comando mentre il governo sanciva la contemporanea revoca della delega al viceministro Vincenzo Visco sulle Fiamme Gialle. Una revoca necessaria perché ritenuta chiarificatrice per dimostrare “[…] l’assoluta correttezza di comportamento del viceministro Visco e la correttezza delle decisioni che il governo ha assunto […]”.

Vincenzo Visco con l'ex comandante della Guardia di Finanza Roberto SpecialeLa realtà italiana è oggettivamente molto particolare nella sua percezione della legalità e del senso di rispetto delle regole che ogni cittadino dovrebbe difendere al di là della propria, seppur ragionevole, collocazione ideale. Dalla vicenda Visco-Speciale alle nuove richieste di un Gip di Milano sembra quasi che vi sia una sorta di doppia sensibilità nel valutare diritti, doveri, obblighi e necessità per tutelare l’ordine legale del Paese andando oltre ogni difesa retorica dovuta ad un’altalenante, e incoerente, concezione della giustizia e del senso civile delle responsabilità politiche. Da tempo stiamo osservando vicende di interesse per la giustizia, approfondimenti dovuti ad inchieste qualche volta non così positivamente valutabili nell’interesse dell’efficacia dell’azione giudiziaria.

Tuttavia, diventa sempre più paradossale come si possano raggiungere convergenze sorprendenti allorquando le vicende giudiziarie colpiscono prima l’una e poi l’altra parte politica, o gli uomini che la rappresentano, additando, magari, lo stesso magistrato prima come meno sereno nella condotta, poi quale capace investigatore se la bussola delle indagini fa cambiare rotta all’investigatore. Sicurezza, legalità, giustizia non possono essere valori di una sola forza politica o monopolio di categorie che gestiscono le istituzioni statali perché dotate del potere politico.

Sono valori che preesistono alla formazione della società civile, all’ordine costituzionale, alla pacifica e giusta convivenza dei cittadini. Valori così chiaramente bipartisan che non dovrebbero essere messi in discussione soprattutto da chi ha i mezzi, le possibilità e garantiti i diritti per potersi difendere, anche in giudizio, usufruendo delle medesime possibilità riconosciute ai cittadini. Si può essere d’accordo o meno se questa magistratura e l’ordinamento giudiziario debbano essere riformati. Ma è assolutamente incomprensibile per molti la difesa preventiva che viene ad essere esercitata su condotte che, per quanto trasparenti, non dovrebbero avere alcuna difficoltà ad emergere come tali dagli accertamenti dovuti.

Di fronte a tali cambiamenti, credo che il senso di legalità, così come l’efficienza e il diritto di disporre di una macchina giudiziaria obbiettiva sia quanto ogni cittadino si auspichi da tempo. Ciò che meraviglia, però, è che nessuna volontà riformista, seria e concreta, si sia mai manifestata per opportunismi di parte nei vari governi che si sono succeduti sino ad oggi. E proprio in questo atteggiamento di una classe politica che si orienta verso posizioni deboli, dove il personale si intreccia con gli interessi del partito, che lo Stato dimostra di essere sempre di più una realtà a identità e legalità limitate.

La democrazia è un valore e la legalità è il valore sul quale si costruisce l’architettura democratica. Il contrario è l’oligarchica manifestazione corporativa di un potere politico che si risolve in una sequela di intrecci dai quali diventa difficile districarsi. Ma seppur difficile e complicato, il cittadino ha il diritto di conoscere l’intreccio, ciò che un politico fa in nome di un’immagine e rappresentatività pubblica che non può essere limitata nella pubblicità dei fatti da un’immunità assoluta, senza rispetto della domanda di verità formulata dal cittadino-elettore. È difficile parlare di privacy allora, ma lo è molto di più per un cittadino che non ha le stesse possibilità e immunità di un parlamentare senza esprimere, contrariamente a quest’ultimo, alcuna responsabilità pubblica.

Se democrazia e legalità sono valori che si manifestano soprattutto con la trasparente partecipazione di una volontà dotata di consenso e non attraverso l’opinione di pochi, allora che ognuno usi gli strumenti che l’ordine democratico sino ad oggi garantisce. Se qualche potere dovrà essere riformato, allora chi oggi non crede nell’ordinamento giudiziario ne sia chiaro e concreto riformatore. Ma fin tanto che ciò non avverrà, e se questo è quanto l’ordine democratico ha affermato sino ad oggi, allora che si usino gli strumenti di difesa nelle sedi più opportune e saranno il diritto e il dovere i protagonisti di ogni vicenda per giudicare le responsabilità di cittadini e politici in un clima di parità processuale e di pari diritti.

Diritti e responsabilità che non possono avere un colore perché ogni colore oggi rappresentato è, comunque, il risultato della libertà e del senso dello Stato sul quale si regge il nostro ordinamento costituzionale, il prodotto di chi ne è servitore e responsabile funzionario. Sicurezza e legalità non sono valori di destra o di sinistra, perché di fronte alla loro sconfitta ne pagano il prezzo sia i cittadini di destra che di sinistra. Così, se dovessimo riflettere in molte circostanze, in Campania come in Calabria, ma anche nelle apparenti più progredite cittadine del Nord evoluto, sul perché lo Stato sia così estraneo, non potremmo arrenderci solo all’evidenza della violenza quale manifestazione diretta di un disprezzo verso le Istituzioni. Né potremmo arroccarci dietro facili giustificazioni di parte perché incapaci la sinistra e la destra di dare risposte adeguate di fronte ad un allontanamento dal comune senso del lecito.

Ciò che dovrebbe essere di destra quanto di sinistra è l’onestà intellettuale prima e politica subito dopo, di interpretare la reazione ad un sentimento della legalità non compreso quale risposta ad una politica incapace di offrire soluzioni tangibili alla disperazione. Perché diventa un disvalore difendere anche un giudice protagonista, ma che lavora comunque, piuttosto che capire che dissacrare un’Istituzione, e non rimettersi alle stesse regole del cittadino, svaluta e fa perdere di credibilità e di ogni minima fiducia verso la politica anzitutto, le istituzioni, la giustizia. La politica, sia di destra che di sinistra, non comprende, tra una scalata presunta e uno scandalo al sole pre-estivo, che la violenza criminale nasce laddove vi è, soprattutto, un deficit da consenso, un’erosione della capacità dello Stato di affermare se stesso con in fatti e della politica di essere credibile nei comportamenti, nel rispetto della cosa pubblica, nell’austerità dei costumi e del lusso.

Ciò che destra e sinistra non comprendono, è che l’assenza di consenso, sia all’interno di una comunità politica che all’esterno, rappresenta un momento di gravissima crisi e di pericolosa fragilità del sistema ponendo in discussione lo stesso ordine democratico. Il risultato che ne deriva da qualunque gioco al massacro tra istituzioni è il rischio di non riuscire a dare della legalità e della sicurezza un’immagine diversa rispetto ad un’offerta della mediazione criminale che si rafforza grazie alle debolezze degli uomini di Stato e che si consolida dov’è assente una partecipazione democratica al futuro di ognuno, dove si manifesta il pericolo di disancorare lo Stato dalla sua architettura di democrazia e garanzia.


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