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Esercito: sì, forse …però

Logo dell'Esercito ItalianoLa possibilità di riuscire ad offrire una nuova immagine della situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica in Calabria sembra si sia persa man mano che l’estate si approssima al termine, di fronte ad una comunità nazionale ed europea che ha assistito impotente alla strage di Duisburg. Una comunità allargata di spettatori con gli occhi puntati sul nostro Sud che altrettanto impotentemente assiste alla serie di dichiarazioni e di promesse che ogni qualvolta si verifichi un dramma immancabilmente non si fanno attendere.

In tutto questo, si alza l’attenzione della politica e delle istituzioni verso l’ennesima minaccia che mira a sovvertire una giusta domanda di serenità che viene posta da chi ha responsabilità di governo regionale. Tuttavia, dovremmo chiederci alcune cose, però, prima di decidere se una pressione manu militare abbia un senso in un confronto celato, strisciante, con un’azione criminale che non si esaurisce soltanto in se stessa, di fronte ad una minaccia subdolamente capace di sovrapporsi ad ogni espressione di forza manifestabile sul territorio.

L’insegnamento delle esperienze passate nella lotta alla mafia o al terrorismo -seppur con le dovute differenze di metodo- quanto della più immediata avventura americana nella guerra al terrorismo religioso, dimostrano che non è la quantità della forza espressa, o la potenza della pressione esercitata ad essere determinante. Bensì è la qualità dell’offerta politica e di capacità di governo che può fare la differenza per restituire credibilità ad un territorio disarticolato nella sua architettura politica, amministrativa ed economica.

La verità è che non si tratta di rifiutare un maggior controllo esercitato da risorse straordinarie. Ma ciò dovrebbe richiedere l’ammissione, allora, che la regione vive in una situazione d’emergenza e che, da anni, è anche ma non solo criminale. Che è tale per l’impossibilità di riuscire ad esprimere concrete capacità politiche ed amministrative. Capacità utili ad isolare un fenomeno che, per quanto dotato di iniziativa, è organico soprattutto a se stesso, mentre la politica continua a rappresentare un terreno gregario. Per questo, sembra che la politica ostaggio del successo, del potere fine a se stesso, ancora oggi non sia all’altezza di proporre azioni dirette ad affrancare le aree più sensibili dall’offerta criminale. A valorizzare un sentimento di legalità magari al proprio interno, prima di tutto, per riuscire a modificare equilibri politico-elettorali che nei flussi dei voti hanno dimostrato molte volte particolari prossimità e significative capacità di condizionamento.

In tutto questo, sembra che non vi sia spazio nemmeno per una certa società civile della quale ne sono sottolineate, se utili, solo alcune limitate figure abbandonando altre competenze preziose ad un limbo costruito da una politica che ne limita l’accesso, se non ne persegue l’esclusione per ovvi motivi di competenza o rischi da possibile concorrenza. Sembra, infatti, che in Calabria vi sia una società civile marginale, esclusa da ogni possibile, reale, partecipazione al cambiamento. Il risultato, insomma, di una classe politica sempre più legata ad un deriva autoreferenziale sostenuta solo dalla credibilità opportuna di poche espressioni del “mondo esterno”, se aderenti all’interesse in gioco.

A questa società civile non resta molto se non la consapevolezza, e l’amarezza, di non riuscire a trovare interlocutori politici veramente credibili al di fuori di un simbolo o di un progetto politico-elettorale che superi gli interessi di parte. E così, è evidente che, in uno spazio sociale così frammentato, l’esercito potrà contribuire a dare solo un’immagine di potere, ma non risolvere la frammentazione e assicurare risultati investigativi o prevenire azioni che si manifestano nell’oscurità della decisione. Potrà sostenere un apparente ordinato svolgimento della vita quotidiana, ma non incidere su una realtà sociale che è notoriamente in balia di un’azione politica che ancora oggi non si affranca dal numero dei voti e dai bacini più favorevoli.

La verità è che non possiamo ancora una volta non comprendere che è, semmai, nella capacità di dirigere le risorse investigative ed operative a fare la differenza. E’ nella capacità di reprimere un modello criminale, annichilendo man mano ogni sistema di vita collaterale, guardando anche intorno a se stessi con il coraggio di emarginare coloro che ne sono prossimi o funzionalmente compromessi. E’ nel considerare la cosa pubblica, la vita pubblica, l’onestà politica ed amministrativa, l’oculata severità giudiziaria come un patrimonio ed un impegno civile di tutti, politici compresi, accettando l’ingaggio sul campo. Quell’ingaggio che molti uomini oscuri della società civile e delle istituzioni ancora oggi assumono, aspettandosi idee chiare da chi dirige e giuste e concrete azioni politiche da parte di chi governa. Idee ed azioni che permettano il raggiungimento di risultati significativi e definitivi.

Perché la conquista definitiva di un territorio si realizza con la credibilità dei servizi, sanità efficiente e meritocratica, istruzione diffusa e partecipata, giustizia vera e sui risultati, assunzioni per competenze e direzioni amministrative per capacità. Una conquista che sia il risultato di una credibilità leale e legale di una politica dell’impegno e non del compromesso, non del potere e della personalità. Una politica aperta anche alla società civile, riconosciuta vera e sincera dalla gente attraverso un consenso meritato grazie ai risultati. Quei risultati che andrebbero raggiunti conquistando, con i servizi e la presenza del governo, regionale o nazionale che sia, una volta per tutte, con coraggio, le aree più difficili.


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