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La legalità degli altri

Il turismo inutile dei sacerdoti d’occasione della legalità a proprio uso e consumo.

AspromonteCome ogni estate che si rispetti si ritorna sull’Aspromonte a riproporre il tema di sempre, un tema che supera tutti gli altri e che d’estate riacquista una certa vivacità: la rivincita della legalità. Un’emergenza che si rigenera da anni e che si rimodella nelle proposte last minute per affrancare dalla criminalità i giovani. Le proposte: una scuola di giornalismo e una casa della legalità ai piedi dell’Aspromonte. Idee lodevoli. Tuttavia, ancora una volta, mi chiedo cosa significa tutto questo e a che cosa dovrebbe servire.

Dal mio punto di vista, ovviamente non isolato, ciò che resta al di là delle formule e delle buone intenzioni del momento, è la necessità che si spieghi con fatti concreti, con l’esempio nell’amministrare la vita pubblica ai ragazzi che vivono in realtà distanti anni luce dallo Stato, che lo Stato non è un ospite di ogni estate, è il presente della nostra vita sociale con le sue istituzioni. Va spiegato, con i fatti e l’esempio soprattutto, cosa vuol dire legalità mettendoci d’accordo tutti noi sul significato da attribuire ad un valore così alto che non ha doppie velocità, né può avere interpretazioni diverse a secondo del ruolo rivestito dalla persona o dell’importanza di un nome o semplicemente valido per avvenimenti stagionali.

Si tratta di superare i soliti slogan che mascherano l’assenza di progetti, si tratta di essere soprattutto credibili nelle intenzioni e nei fatti abbandonando le facili promesse o le artefatte dichiarazioni di circostanza utili ad assolvere al dovere della buona azione quotidiana. Insomma si tratta di dire ai nostri ragazzi cosa si vuole fare, come, in quanto tempo e perchè. I problemi li conosciamo già, ieri come oggi e non cambiano come non è cambiata la stessa classe politica che puntualmente ce li ricorda ad ogni pausa estiva e che avrebbe avuto tempo e modi per risolverli.

Durante l’anno ancora una volta nessuna proposta interessante che mirasse a creare occupazione, ad affrontare i temi dello sviluppo, a favorire gli investimenti produttivi e creare mercato. Ancora una volta ci si perde sugli stessi luoghi comuni, su un’emergenza criminale che nella sua virulenza determina una sorta di ricorrente orgoglio che si presenta sempre uguale, importante soprattutto se promosso da chi viene da noi ad insegnarci cosa significhi legalità e come affermarla. Di chi dimenticando che, al di là delle nostre colpe, l’assenza dello Stato, di quello politico e non di quello repressivo, non è un prodotto autoctono, ma una constatazione storica che va superata con risultati e opere concrete finalizzate alla crescita e non alla costruzione di spot istituzionali.

Come ogni agosto che si rispetti in Calabria, da tempo, si riscopre la volontà di sottrarre la regione dai tentacoli del crimine, dall’offerta di una ragione di sopravvivenza che ha il sapore di una sfida culturale che non può essere combattuta solo in Calabria, a Polsi, a San Luca o altrove nella nostra regione.

Il sentimento di legalità non si costruisce in case della legalità o attraverso altre formule del genere, ma nella capacità di interiorizzazione del rispetto altrui e del diritto, del senso dello Stato che può affermarsi, perché compreso e metabolizzato se si vuole, solo nella scuola per i ragazzi e nell’esempio da parte degli amministratori onesti. Nel superamento di una trappola antropologica di comodo. Se così non sarà, come non lo è stato, chi cade nel fascino della strada facile della devianza criminale lo fa perché non comprende il valore delle istituzioni e della vita pubblica, non ne accetta il significato nel momento in cui si confronta su come e chi fa politica, su come e perché non si crea occupazione, perché ben consapevole del come si può accedere in maniera “assistita” al lavoro.

Oggi in Calabria, nonostante ci si confronti con una realtà criminale molto particolare, dovremmo avere il coraggio di considerarla, come succede da altre parti del mondo e per realtà criminali altrettanto forti, come un problema, certamente serio, ma che non può essere l’alibi di sempre per impedire la crescita e l’affermazione di una dignità che non passa solo attraverso manifestazioni politiche di solidarietà, o sentimentalismi del momento. Una dignità ed un orgoglio che si dovrebbero manifestare, e consolidarsi, grazie ad una capacità di fare che parta dal coraggio di valorizzare il territorio e rendere partecipi tutti, soprattutto giovani, nella formazione e nel lavoro, nei progetti di crescita. Senza questa sensibilità, senza rimboccarsi le maniche e costruire una comunità nuova conquistando sul campo il consenso degli esclusi o, peggio ancora, di chi non ci crede comunque perché disilluso o più veloce nel capire la credibilità dell’altro e i facili valori del successo o le lusinghe della ricchezza che fa status, non andremo lontano. Perché in questa confusione del significato di un valore, sul relativismo di un senso assoluto che dovrebbe affermarsi sulla responsabilità di ogni giovane e di ogni adulto nel rispetto dell’altro, nell’ipocrisia di non volere, realmente, aprire ai giovani e alla società civile l’impegno politico, la ‘ndrangheta sopravvive perché ne alimenta ancora di più il caos.

Ci ritroveremo, così, alla prossima estate a fare l’ennesima escursione della legalità virtuale sulle nostre montagne, senza guardare alle strade e alle scuole pensando, magari, che un semplice miraggio possa farci vedere più vicina una strada che in fondo è sempre stata percorsa a metà con tanti ponti promessi e nessuno mai realizzato. Una strada che è molto lontana da quel sentiero della legalità che dovrebbe essere già noto a noi, alla nostra società, alla politica che l’ha diretta e la dirige oggi come ieri a Roma come nella nostra terra.


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