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La legalità di tutti

Antonio DelfinoLeggendo i quotidiani di questi ultimi giorni, guardando a ciò che accade anche oltr’Alpe (Urgence sociales, outrance sécuritaire - Le Monde Diplomatique, septembre 2010), ovvero in Francia, sembra che vi sia una sorta di prossimità nel percepire la sicurezza e, quindi, la legalità quale aspetto complementare, come una categoria politica, un valore a cui si affidano una miglior qualità, un ordinato e giusto andamento della vita civile. Di per sé non è una sorpresa. Una simile prospettiva rientra nel novero delle funzioni di uno Stato di diritto, nelle più intime attribuzioni e garanzie che questo deve offrire al cittadino per poter disporre della pienezza dei diritti - civili, politici e sociali - che a questi gli sono riconosciuti. Tuttavia vi sono alcune riserve sostanziali che non possono non essere espresse e che, in effetti, assumono un valore che non ha limiti di confine.

Riserve che si diluiscono man mano anche nella nostra società. Una società, quella italiana, dove il senso di legalità sembra avere più velocità, sembra adattarsi a formule di promozione che sopravvivono nell’ambito di esigenze diverse superando gli stessi drammi che lo riportano in vita. Ora, è vero che in momenti di crisi riprendere la sicurezza come leit motiv sul quale concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica può essere funzionale a mettere in secondo piano problemi sociali altrettanto sensibili, come la crisi economica, l’occupazione o le pirandelliane gesta della politica di salotto se non di altre “camere”. Ma far si che definire cosa sia legale o cosa non lo sia, al di là della legge e dei diritti, sia solo appannaggio di pochi, o un valore di cui solo alcuni ne siano i depositari secondo propri modelli di interpretazione, non favorisce il rispetto delle norme, non assicura la garanzia dei diritti, non ne afferma i contenuti.

Oggi l’insicurezza ha assunto lo status di categoria politica allo stesso modo dell’economia, o del sociale imponendosi come uno degli aspetti di cui si parla frequentemente a livello popolare al punto tale che l’insicurezza, e l’illegalità, vengono viste come una delle più significative forme di ineguaglianza, la più fragile, la più precaria. Se però questo è vero, le politiche e le azioni che vengono rispettivamente decise e condotte non possono esaurirsi in una sorta di riduzionistica prospettiva da slogan. Considerare un fenomeno criminale fine a se stesso, non riconducendolo all’interno di dinamiche sociali che lo caratterizzano come tale, riducendolo, nella sua qualità, ad una mera questione di numeri da copertina allargandone lo spettro dell’illegalità significa porre in essere un’errata interpretazione delle modalità di condotta. O, ancora peggio, una parzialità dei contenuti che si manifesta nella contrazione di fatto i diritti del singolo da una parte e indebolendo il sentimento di legalità che non si compie in comunità che vivono nella …illegalità. Una contrazione che rischia di dare luogo a derive poco coerenti con modelli democratici che non possono tollerare oligarchie di fatto che si costruiscono nel sovrapporsi, o nella competizione, tra poteri dello Stato, per logiche corporative se non proprio per opportunità politiche.

Guardando un attimo fuori dalla nostra finestra, e spostando le tende che ci impediscono di andare oltre la nebulosa trasparenza delle nostre convinzioni, la verità che emerge nelle altre vicine comunità che affrontano l’emergenza sicurezza e legalità è che, sia che si tratti di problemi relativi a conflitti sociali o di criminalità diffusa o organizzata, sicurezza e legalità non possono essere monopolio di nessuno se non dello Stato in quanto Stato-comunità e non quale Stato-apparato. Se non si comprende questa ragione, posta a monte di ogni principio di …legalità, oltre che di equilibrio e di giustizia, diventa difficile riuscire a dare un significato univoco e un senso a due categorie politiche che non possono essere abbandonate alle argomentazioni di improvvisati sacerdoti del diritto, meno che mai a chi della legalità ne fa un uso strumentale per affermare carriere e personalismi. Se così non è, si rischia - di fronte ad attività che assumono soprattutto un carattere repressivo e senza risposte politiche indirizzate a sottrarre l’individuo dalle lusinghe del crimine o del conflitto sociale - di rispondere al degrado delle comunità, alle marginalità sociali e personali creando i presupposti per altro degrado e per altre esclusioni. Aggiungendo degrado su degrado, con azioni che non riconoscono a chi opera un ruolo di riequilibrio delle criticità sociali e personali che rappresentano l’universo umano nel quale ci si muove.

Ciò che manca, in verità, è la consapevolezza che se esiste un sentimento di legalità, prim’ancora che un valore, esso dipende dalla volontà di edulcorare da facili protagonismi, da analisi semplificate, da eclatanti conseguenti azioni la giusta, incontrovertibile affermazione di un principio di diritto prima e di giustizia poi. Il vero rischio, ancora oggi, come scrissi qualche articolo fa, è di non riuscire a dare in certe periferie del Paese della legalità e della sicurezza un’immagine diversa rispetto all’offerta della mediazione criminale. Un’offerta che si rafforza grazie ad una percezione di uno Stato solo repressivo, privo di proposte di crescita alternative per giovani che nel mondo oscuro dell’illecito sopravvivono ai confini di una società che divide con facilità, senza possibilità di recupero, buoni e cattivi. In questo sopravvive il pericolo di un disamoramento del cittadino delle nostre piccole comunità abbandonate da uno Stato che non si abbarbica, concettualmente, sulle pendici dei loro monti. Un cittadino “lontano” che si chiede dove sia la legalità o cosa sia l’onestà, e qual è il vero significato da attribuire a simili categorie non comprendendo, spettatore nel regno del demerito quale virtù e della non buona amministrazione, cosa significhi vivere nella legalità e se legalità vuol dire possibilità di crescita vera e condivisa oppure no.

Il sentimento di legalità, sempre citando quanto già scritto in passato, non si costruisce in case della legalità o attraverso altre formule del genere, ma nella capacità di interiorizzazione del rispetto altrui e del diritto, del senso dello Stato che può affermarsi, perché compreso e metabolizzato se si vuole, solo nella scuola per i ragazzi, nell’esempio da parte degli amministratori onesti, in una giustizia personale e concreta. Il senso della legalità matura nella capacità di superare una trappola antropologica di comodo, nell’aiutare chi cade nel fascino della strada facile della devianza criminale aiutandolo a comprendere il valore delle istituzioni e della vita pubblica, e non riducendo ogni azione a una sterile attività repressiva.

Uno Stato che si presenta solo in veste autoritaria, che non premia i migliori, che tende ad accomunare genitori e figli in una sorta di destino biblico comune senza vie di uscita in una devianza senza fine, non dimostra una sua forza, ma una debolezza nei modi e nelle capacità di lotta. Perché, se proprio di legalità si vuol parlare allora dovremmo partire da una regola di fondo, un postulato che è al tempo stesso paradigma di una società civile: e, cioè, garantire a tutti i cittadini, e ai ragazzi del Sud in particolare, l’esigibilità dei diritti. Un’esigibilità che deve iniziare dal lavoro, da un’equa, meritocratica, distribuzione delle opportunità, da un’aperta partecipazione alla vita civile, da un dialogo serio con le Istituzioni fondato sulla credibilità che vivere onestamente si può. In un articolo/saggio apparso qualche anno fa un giornalista calabrese, Antonio Delfino, in una prospettiva molto singolare - dal momento che il riferimento era la propria, la nostra, regione - definiva come “pane della legalità” ciò che era tutto l’insieme di movimenti e associazioni che sulla legalità costruivano il loro fine, il loro scopo,la possibilità di finanziarsi, e anche qualche figura emergente per cavalcare un’onda politica del momento.

Ebbene sarebbe il caso di trasformare le occasioni di promozione in azioni concrete, inclusive, per sottrarre i giovani dai padri che dalla legalità se ne sono allontanati, offrendo loro l’esempio di una legalità che vive,che è ragione di vita e non abbandono alla morte.


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