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E il sud resta a guardare

Essere europei oggi sembra rappresentare una condizione condivisa e sperata da molti e, comunque, certamente da chi crede che l’integrazione europea possa rappresentare l’occasione storica per la crescita di un continente e lo sviluppo delle marginalità periferiche delle regioni a minor opportunità. Ciononostante, ed ancora, essere europei provoca differenze, dimostra la doppia velocità evolutiva delle comunità che compongono il nuovo spazio politico ed economico, consolida la diversità dell’offerta della qualità di servizi alle popolazioni.

Non esiste, infatti soltanto un’Europa due velocità fra Stati leader e gregari a minor capacità economico-produttive. Esistono le regioni a minor opportunità, a deficit di qualità di servizi reali e di opportunità di crescita soprattutto nei confronti dei giovani. Essere europei non significa, quindi, cercare una promozione finanziaria. Essere europei è far capire che certi progetti o programmi, pubblicitari soprattutto, sono stati finanziati da questo o dal quel fondo.

La vera capacità di cogliere l’euro-opportunità è data dalla volontà di essere partecipi del programma di integrazione e di crescita che abbandona i confini di una regione amministrativa proiettandone la comunità su scenari più ampi, su spazi di mercato allargati al cui interno affermare un’identità culturale, politica, ma soprattutto, economica. Realizzare una politica di sviluppo, di crescita, determinata a livello locale, non significa non guardare al mondo. Se la vera scommessa è nel ridefinire i termini di scambio e le possibilità di offerta allora la vera sfida è nel mercato. In un mercato preferenziale che per omogeneità e possibilità di organizzazione efficiente dei fattori produttivi consenta la crescita delle comunità attraverso la valorizzazione delle specificità delle stesse che traggono la loro origine nella tradizione e nell’ambiente. Noi a Sud ciò non lo abbiamo capito. Peccato.

L’Unione europea investe, oggi, per una priorità non nostra, di nuovo sulle regioni transfrontaliere. Che ci possa piacere o meno, la realtà transfrontaliera, a noi lontana, e che riguarda le regioni contigue ai confini del Nord dell’Unione, è oggi il miglior esempio, il più efficiente, la più concreta e vera dimostrazione dell’impiego di risorse finalizzate alla valorizzazione delle regioni cosiddette marginali ma che tali non sono. La linea di confine obbliga allo scambio, al confronto, alla verifica con l’altro delle proprie capacità superando il limite dell’orizzonte prossimo. L’Unione europea, insomma, rifinanzia il programma Interreg, sposta ad Est la sua attenzione e le sue nuove priorità in previsione di un allargamento verso Stati le cui potenzialità economiche ed energetiche rappresentano un’occasione per valorizzare omogeneità di tradizioni di industria che al Sud mancano.

Il patrimonio culturale, un giusto uso dell’ambiente e la rideterminazione degli aiuti al turismo rurale, una migliore rete di comunicazione diventano gli obiettivi alla crescita di spazi organizzati denazionalizzati posti ai margini delle singole espressioni nazionali ma che di queste rappresentano gli elementi di unione e di saldatura dell’eurosistema. Solo i termini degli obiettivi del programma dovrebbero farci riflettere guardando verso noi stessi e ciò che ci circonda. Un rafforzamento della cooperazione e uno sviluppo sostenibile dell’economia su confini allargati a Nord, restituisce un vantaggio competitivo alle regioni marginali dell’Unione dimostrando come la realtà di Alpe Adria o delle relazioni fra la regione Piemonte e il dipartimento di Rhône-Alpes o con l’aggregato Provence-Alpes-Côte d'Azur, realizzino una sinergia di sforzi tale da ottimizzare al meglio non solo le risorse comunitarie, ma gli obiettivi comuni delle politiche locali. Forse per questo, dopo un anno dalla visita in Calabria del commissario Barnier bisognerebbe chiedersi perché questi non vi ritorna.


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