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Il costo per il Sud dell’Unità d’Italia

Pochi mesi ancora ai centocinquant’anni dell’Unità nazionale. L’Italia ricorderà il suo Risorgimento, le epiche gesta di noti eroi ma non ricorderà i meno noti, le popolazioni, soprattutto quelle del Sud, che del Risorgimento e dell’Unità ne hanno pagato il prezzo, la violenza, l’ambiguità politica ed economica di uno Stato molto spesso crudele. Centocinquant’anni di unità, anche centocinquant’anni senza luce sul sacco del Sud, sulla sopravvivenza della scienza lombrosiana e dei suoi santuari – che vive oggi nella comoda equazione calabresi=’ndrangheta, e nessuna lettura critica dei fatti e delle genti che hanno segnato, insanguinato e vilipeso nell’orrido del brigantaggio, speranze ed idee per un’Italia veramente unita.


calabria italia unita

Vi sono aspetti che destano particolare interesse e curiosità quando si parla del nostro Sud e del processo di unificazione dell’Italia. Per molti un aspetto interessante è dato dal brigantaggio quale reazione alla conquista o, se si vuole, quale controrivoluzione, ammesso che vi sia stata una rivoluzione, tendente ad unificare il Paese esportando dal Nord una cultura egemonicamente liberale nelle intenzioni ma fortemente protezionistica nei fatti. Certo il brigantaggio fu un fenomeno sociale e politico, non solo semplicemente criminale. Il brigantaggio lealista si presentò come una forma di reazione alla conquista piemontese che non costruiva un’idea di nazione e di Stato condivisa dal popolo ma ne imponeva man mano le regole della conquista. Il nuovo regno d’Italia rispose alla fame e allo scontento del Sud usando tutta la forza possibile con un impiego di quasi 120.000 uomini.

 

I Borboni certo furono poco lungimiranti, poco liberali, ma furono attenti a migliorare le condizioni di vita dei contadini offrendo un semplice modello di governance dettato dalla mistica delle tre “f” = farina, forchetta e forca. Un modello che sopravvisse alla fine del regno borbonico e a cui si aggiunse la nuova tassazione piemontese. D’altra parte, così come la Vandea, il brigantaggio si presentò come un fenomeno in fondo legittimista, cattolico e ancorato alla cultura contadina. Un fenomeno, però, consapevole che dai mutamenti degli assetti politici dello Stato ne sarebbero derivati solo più onerosi prelievi fiscali dal nuovo padrone. In questa storia a metà strada tra patriottismo risorgimentale e costruzione di uno Stato elitario e dinastico, il fiscalismo e il liberismo di una Destra poco accorta e di una Sinistra trasformista ruppe il tessuto di piccola industria domestica, scoraggiando ogni iniziativa e favorendo il latifondo, permettendo ai signori della terra di consolidare e mantenere le proprietà e il sistema di vita passato, evitando che potesse maturare uno sviluppo tale e quale alla borghesia industriale il cui successo postunitario fu favorito proprio dal compromesso politico-economico con le classi della vecchia nobiltà meridionale alle quali fu garantito l’accesso al Parlamento.

Il trasformismo di De Pretis, l’ambiguità della politica liberale di un Paese trasformatosi in protezionista per garantire la crescita industriale delle economie di Piemonte e Lombardia, determinò la chiusura dei mercati europei per i prodotti agricoli e ingessò l’economia rurale del Mezzogiorno con un impoverimento ulteriore delle classi contadine già provate non solo dall’aumento della tassazione, ma anche dal dover assorbire l’impatto con un modello burocratico-militare piemontese che ne erodeva le risorse anche materiali. Politiche protezionistiche su tariffe doganali rivolte a tutelare economie industriali al Nord contro la competitività dei prodotti francesi ed inglesi fece si che il Sud ne pagasse un prezzo molto alto. Soltanto tra il 1885 e il 1898 il Sud si trovò chiuso in una crisi senza precedenti perché i prodotti agricoli furono esclusi dai mercati europei. Non solo. Se a ciò si aggiunge la volontà della classe del latifondo di non innovare né di esercitare una pressione politica per determinare un abbassamento delle barriere protezionistiche all’importazione di prodotti europei, si comprende come il distacco tra Nord e Sud, da un punto di vista di opportunità di crescita e di strutturazione e integrazione di modelli economici, si acuì sempre di più.

Per Antonio Gramsci in “Lettere del Mezzogiorno” “[…] la miseria del Mezzogiorno era inspiegabile storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale tra città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud, che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale […]”. Per Francesco Saverio Nitti “[…] l’unificazione del mercato nazionale ha spezzato la schiena al Mezzogiorno e sottolineò quanto il trasferimento al Nord dei beni espropriati alla Chiesa e all’ex regno Borbonico sembrò un vero e proprio sacco […]. Le terre vendute dal demanio al Sud furono comprate dai nordisti e poi riacquistate dai contadini o dai possidenti meridionali che vi abitavano vicino. Il risultato fu che il capitale scomparì negli anni dal Sud senza alcuna resa in suo favore. Lo Stato investì le rendite, infatti, nelle regioni in cui le spese erano maggiori: Lombardia, Piemonte, Liguria. L’industria del Nord ebbe buon gioco a vendere al Sud, in un mercato protetto e senza possibilità alcuna, prodotti che sarebbero stati venduti con molta difficoltà all’estero. E, così, chi non volle darsi alla malavita fu costretto ad emigrare. Inoltre, se a ciò si aggiunge che il Nord del Paese si collegò con l’Europa più importante e prossima all’Italia nel gioco economico con la realizzazione del Frejus (1870) e del Gottardo (1881) si comprende come le opere pubbliche di un certo interesse per il Paese si concentrarono soprattutto nelle regioni dell’Italia Settentrionale con uno spostamento di ricchezza significativo dal Sud. Pirelli (1880), Montecatini (1888), Fiat (1899) furono i primi modelli di industrializzazione dell’economa pagate con le tasse del Mezzogiorno. Ma non basta.

Se si pensa alle stesse bonifiche ci si renderà conto che tra il 1862 e il 1897 dei 458 milioni di lire stanziati dallo Stato, cifra realizzata con l’estensione della tassazione al resto dell’Italia unificata, soltanto 3 milioni furono spesi nel Mezzogiorno. Insomma, dovendo costruire il popolo italiano si investì in opere pubbliche soprattutto con capitale straniero e realizzate al Nord della nuova Italia laddove, probabilmente, si era costituito il cosiddetto popolo italiano. Il sistema di tassazione esteso alle regioni del Sud, inoltre, era un sistema indiretto per cui ogni spesa fatta per il popolo veniva pagata dal popolo, soprattutto del Mezzogiorno. Ora, guardando all’unificazione, il modello piemontese di costruzione graduale del Paese poteva scegliere fra più opzioni. Ad esempio la prima, cioè, fare davvero l’Italia scegliendo la strada di un’integrazione civile ed economica della penisola magari con un approccio federalista, ma era un’ipotesi troppo intelligente per una classe politica mediocre del dopo Cavour. Oppure la seconda opzione, quella della colonizzazione, ma sarebbe stato un modello costoso e di difficile mantenimento. Una terza opzione poteva essere quella più semplice e romantica: creare un sentimento di patriottismo sostituendo alla fede religiosa la fede verso una patria comune. Ovvero, costruire solo successivamente al Sud un sentimento condiviso di nazionalità dopo averne subito la conquista da parte degli altri fratelli italiani.

Una cosa molto diversa dalla via seguita dalla Prussia che per superare la divisione in principati scelse la strada dell’unione doganale per raggiungere un modello condiviso di sistema economico sul quale realizzare la vera Germania. Lo Zollverein, una sorta di mercato comune tedesco, assicurava, infatti, un’immediata fruibilità dei vantaggi dell’unità dello Stato cominciando dalla semplificazione del sistema ottuso e burocratico delle dogane diverse per ogni autorità dinastica. Gli stessi prussiani, d’altra parte, non scelsero l’unificazione manu militari ma la trattativa, la negoziazione di uno Stato unitario la cui stessa unità sarebbe stata fondamentale per renderlo economicamente competitivo e politicamente forte. Nessuna annessione, nessun artefatto plebiscito usando e manovrando consensi popolari mantenendo, dal punto di vista elettorale, poi, l’esclusione delle classi deboli dal diritto di voto. Nel processo di costruzione dell’Italia vi fu un altro limite: il carattere elitario dell’unificazione. Una scelta borghese e non popolare. Una divisione tra una borghesia che superava un sistema post-feudale, a Nord, pronta a produrre, e una borghesia di libere professioni, destinata a consumare a Sud, lusingata dall’inserimento nella burocrazia “piemontese” per accedere alla carriera pubblica e affrancarsi da una condizione di impurità rispetto al patriziato del latifondo. Così, a fronte di tanto, l’Unità d’Italia pagò il prezzo che il processo di unificazione, così come voluto da Cavour e dai Savoia, doveva servire al Piemonte. E, in questo, alcuni dati possono essere estremamente significativi per dare un quadro complessivo della volontà di disgregare quanto di economicamente importante era sopravvissuto nel Mezzogiorno.

Nel 1861 al Sud la situazione degli occupati, soprattutto nel settore manifatturiero (industria e artigianato), era del 43,97% del totale dell’Italia. Ovvero su un totale di 3.072.245 occupati censiti nelle attività manifatturiere in Italia, ben 1.350.904 riguardavano il Mezzogiorno (inteso come aggregato delle regioni Abruzzi e Molise, Basilicata, Calabria, Sicilia, Campania - compreso Benevento ancora Stato Pontificio - e le Puglie). Nel 1861 l’incidenza degli occupati censiti nelle manifatturiere delle regioni che solo dopo 25 anni dall’unità costituiranno il c.d. triangolo industriale (Piemonte, Liguria, Lombardia) era pari solo al 25,89% del totale dell’Italia per un totale complessivo di 795.200 unità pari a poco più della metà della consistenza degli occupati nel Regno delle Due Sicilie. Nel 1861, ancora, la Lombardia, che da sola rappresentava il 60% del sistema manifatturiero del Nord aveva solo 50 mila occupati circa in più rispetto alla Campania: Lombardia 459.044 e Campania 410.159. Sempre nel 1861, il gruppo delle province meridionali rappresentava circa il 42% della popolazione del nuovo regno ( 9.179.712 su 21.777.334 abitanti) però aveva il 44% di tutti gli addetti in attività manifatturiere della nuova Italia. Vi è poi la proprietà terriera. Il 50% della superficie delle terre coltivabili al Sud apparteneva agli assi proprietari della Chiesa.

Ciò garantiva un accesso più libero all’uso e alla soddisfazione dei beni per la popolazione. La confisca, il trasferimento al Nord e la rivendita ai signori terrieri del Sud nuovamente sottrasse la possibilità di un maggior uso da parte dei contadini e il consolidamento di una proprietà aristocratica ormai spostatasi opportunisticamente a favore dello Stato unitario ricevendo in cambio la possibilità di partecipare alle attività parlamentari. Rileggendo il discorso di Giustino Fortunato tenuto a Melfi nel 1904, tra il 1880 e il 1904 il debito pubblico salì da 2 a 13 miliardi di lire (in lire di oggi 1,3 milioni di miliardi, in euro 627 miliardi circa) mentre il costo del servizio del debito - interessi da pagare - era passato dal 15% al 45% delle intere spese pubbliche riducendo al solo 20% delle entrate le spese pubbliche per istruzione, esercizio della giustizia, sicurezza, e lavori pubblici. Se si guarda all’istruzione, dopo l’unità il solo Piemonte e Lombardia avevano bruciato 2,3 lire pro-capite mentre solo 1,25 lire erano state consumate per Napoli e Palermo. Inoltre, sui calcoli di Nitti al 1905, sul totale del gettito fiscale del Mezzogiorno ne veniva restituito al Sud in termini di assegnazioni sui vari capitoli solo il 70%. Una cifra all’interno della quale, per i cinque anni di lotta al brigantaggio veniva fatto rientrare nelle spese a favore del Sud anche il mantenimento di 60 battaglioni del Regio Esercito impiegati nelle attività di repressione al Sud. A ciò si aggiunga che, nel 1888, Vilfredo Pareto nel calcolare la pressione fiscale a carico delle ex regioni del Regno delle Due Sicilie verificò che essa era cresciuta dall’unità in poi di ben il 144%.

Un dato interessante se confrontato con il fatto che nelle stesse terre le sole imposte comunali crebbero molto di più dell’importo complessivo del prelievo fiscale di Stato, province e comuni messi insieme prima del 1860. Gli effetti dell’ “equità” dell’unificazione lo si può comprendere anche attraverso il seguente dato destinato a diventare nel tempo significativo del depauperamento del nostro Mezzogiorno d’allora in poi. Nel 1901 per ogni mille abitanti nel Mezzogiorno ne emigrarono: il 75,9% dalla Campania, il 59,9% dagli Abruzzi e Molise, il 36,7 % dalla Sicilia, il 34,4% dalla Calabria, il 16,6% dalla Basilicata, il 14,8% dalla Puglia. Cifre, queste ultime, destinate ad aumentare dopo la Prima e Seconda Guerra Mondiale terminata l’illusione di poter offrire lavoro e reddito nell’avventura coloniale alle popolazioni del Sud. Ma un altro dato può dare delle sorprese: quello sanitario. Guardando ad una sola malattia tra tutte, malaria, sempre per un campione di mille abitanti, la mortalità passò da 100 a 147 in Puglia, da 189 a 233 in Basilicata, da 100 a 116 in Sicilia. Come si può ben capire, la scelta piemontese di creare uno Stato forte e il peso del debito pubblico che ne derivò era estremamente condizionante e riportò al solo 20% il totale complessivo del bilancio dedicato alle spese in istruzione, giustizia, sicurezza e lavori pubblici. Ma di questo solo il 5% fu destinato al Mezzogiorno nel suo complesso. Al Sud tornavano, infatti, solo 7 lire per ogni 10 che ne pagava di imposte.

Al di là delle tesi di Minghetti che il debito pubblico era il risultato della sommatoria dell’indebitamento degli Stati nazionali, resta da capire, ancora una volta - di fronte a imprese militari di basso profilo e alla stessa abolizione del contenzioso per effetto del processo di unificazione - perché mai la Germania, con poco meno di 19 milioni di abitanti, una serie di guerre dispendiose e modelli militari e amministrativi più costosi, imponeva regimi fiscali di gran lunga inferiori a quelli italiani. Il Sud, insomma, fu una vera manna dal cielo per le casse del regno di Sardegna e per la sua corsa alla modernizzazione dal momento che il Mezzogiorno d’Italia, nonostante tutto, era più ricco delle casse del Piemonte al punto tale che con una serie di truffe contabili l’unità comportò la liquidazione della Cassa di Sconto e del Banco Partenopeo e che in un solo anno furono prelevati ben 80 milioni di lire dei quali solo 30 milioni circa furono spesi nel Sud. Il trasformismo politico, le imprese coloniali crispine, e l’ambiguità di Giolitti completarono l’opera.

Un modello politico di compromesso che invece di modellare il nuovo Stato ne faceva sopravvivere i limiti e il basso profilo di una classe dirigente che poteva contare soltanto sul mito dell’unificazione e sul sacrificio delle popolazioni contadine e operaie. Popolazioni, queste ultime, che furono le uniche che hanno costruito un Paese condividendo man mano dispiaceri e pericoli, disgrazie e guerre, ancorandosi a valori condivisi di famiglia, lavoro e dignità che ancora oggi sopravvivono anche se mai affermatisi nelle classi politiche e nei governi che si sono succeduti. Politici e governi che hanno rappresentato l’eredità più dolorosa di un’unificazione fatta a metà, espressione dell’interesse e dei favoritismi, del carrierismo e del successo senza prezzo, che oggi vuole approcciarsi ad un federalismo in un Paese che non ha ancorato a certezze di programma e di sistemi produttivi i suoi figli più dimenticati: quelli del Sud. Quei figli del Mezzogiorno che hanno contribuito ad arricchire quella parte di Italia che oggi è il Nord e il resto del mondo, emigrando quale emorragia di uomini, abilità e pensieri che ancora oggi continua.


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