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Ai confini del Sud

Siamo arrivati al capolinea del 2010. Si chiude un anno che si è caratterizzato per poca serenità, poca chiarezza di idee e molta confusione. Un anno dove l’assenza di strategie politiche di medio termine è stata e sarà la vulnerabilità più significativa con cui ci si dovrà confrontare nel gestire gli eventi che saranno presto alla porta del Nuovo Anno. E non si tratta solo di politica. I primi dieci anni del nuovo secolo non sono stati ciò che ci aspettavamo. Ovvero anni di riforme, di riorganizzazione del Paese e delle sue comunità politico-amministrative. Si sono presentati come dilatazione senza tempo, purtroppo, di una mai desueta forma di politica e di interpretazione dell’azione amministrativa come riserva di caccia del politico di turno, del potere fine a se stesso, dell’autoreferenzialità trasformata in regola. Anche alcune Istituzioni hanno definito in maniera chiara e senza ombra di dubbio una volontà di sostituirsi alla politica con una condotta solo apparentemente omogenea ed articolata -comprensibile per la confusione politica, ma non giustificabile in termini di unitarietà dell’azione e di equità- negli effetti, nei risultati.

In questo confronto senza via d’uscita sino ad oggi, se i presupposti rimangono personalismi e lotte tra poteri, il Sud pagherà il suo prezzo ancora una volta. Ancora una volta rimane fotografata l’immagine di un Sud che emerge solo come pattumiera a cielo aperto o come territorio per far numeri su una criminalità che non si debella mai, che si riproduce da padre in figlio oltre ogni limite di natura. O come centro di costo senza rendita, senza ricchezza da investire per il futuro. Un Sud che ha un capitale umano -potremmo dire sociale prendendo in prestito un termine coniato in questi ultimi mesi- di giovani laureati che restano fuori da ogni possibilità di diventare, trasformarsi in protagonisti della loro e nella loro terra. Il mito del posto fisso, sicuro, affascina ancora oggi e rende i nostri ragazzi ostaggi della politica e del politico, vittime consapevoli di una spirale senza fine per evitare di trasformarsi in passeggiatori acculturati. Tutti cercano ancora oggi la famosa “sistemazione”, il posto in banca piuttosto che statale, regionale, provinciale o in ultima analisi comunale.

I politici che conducono questo gioco perverso continuano a creare danni all'economia tirando fuori dal cilindro magico, come sempre in prossimità delle elezioni, nuovi attrazioni, nuovi posti possibili e nuove consulenze sul nulla di fatto. Alcune regioni del nostro Sud spesso restituiscono i fondi per l'imprenditoria perché non utilizzati, perché non c’è un’idea, un progetto, una prospettiva di medio-lungo termine contenuto in un disegno di programma che rilanci infrastrutture, scuole, imprese in un network regionale di sviluppo. Il risultato di questo suicidio del futuro è che i giovani non si espongono. L’imprenditoria è stata e viene gestita da molti imprenditori del Nord, che varcano i confini del Sud, come accaduto in un passato non lontano, come un’occasione per realizzare degli pseudo-insediamenti industriali completamente sganciati dalle capacità di offerta del territorio e da una domanda utile per dar via ad uno start up sostenibile nel tempo. La criminalità, poi, in tutto questo è un’altra storia, non l’unico ostacolo se riteniamo altrettanto censurabile la mancata onestà intellettuale nel costruire una realtà diversa da parte delle istituzioni.

La verità, insomma, è che in tale dipinto a tinte -a questo punto- volutamente fosche la Calabria potrebbe avere un futuro se si intervenisse concretamente e non strumentalmente per far si che i giovani migliori possano attingere ai fondi per l'imprenditoria in modo fluido e meno burocratico. Combattere la paura del futuro e l’emorragia di chi ha il coraggio di superare altri confini significa creare un clima di fiducia, cambiare una classe politica giunta da tempo al capolinea, insostenibilmente provinciale e familistica.

Il futuro del Sud è e deve essere nelle mani dei giovani, non solo tali anagraficamente, ma giovani “politicamente”. Di coloro i quali guardano alla luce e non si nascondono dietro le ombre e lo sconforto manipolato da chi ha costruito, e mantiene, il proprio potere o affida la propria immagine, sulle paure altrui. Di chi non ha paura del confronto perché ha chiara la propria storia e le proprie idee.

La politica ai confini del Sud non può e non deve più essere figlia delle segreterie politiche. Essa dovrà essere azione e cuore. Dovrà assumersi la responsabilità di guidare un territorio attraverso innovazioni, idee e progetti che sono il risultato solo di menti indipendenti, non ricattabili, non egoiste ma generose con i meno fortunati e, soprattutto, capace di non rendersi strumento di lusinghe del potere criminale, o, ancor peggio, della criminalità di un potere che costruisce e distrugge amici e avversari secondo l’idea prevalente, la tesi emergente, e il solito l’interesse personale.


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