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Crescita e decrescita del Sud. Mito e realtà di un’idea poco chiara

Ogni anno, con una puntualità certamente che ha poco del’italiana virtù, il Rapporto Svimez approda sulle nostre coscienze meridionali e ci ricorda, ancora una volta, limiti e drammi di una situazione già vissuta, già discussa. Ciò che cambia è quella che potremmo definire la cover story che nel precedere il contenuto, contraddistingue l’ennesima tirata d’orecchi. Magari associandoci ad un altro psicodramma economico-politico capace di suscitare l’attenzione dei media. E, ovviamente, il riferimento è già servito, nei titoli come nei modi: associarci alla condizione greca.

Ora, in verità - e con buona pace delle indicazioni solerti del “Buongiorno” di Gramellini su La Stampa di Torino con il suo ambiguo titolo “Magna Grecia” alla sorpresa di Saviano che redarguisce una sorta di nemesi renziana sul problema - dovremmo dire che il Sud è in una posizione di perenne “exit” da ogni politica di sviluppo e di crescita di questo Paese e dell’Unione Europea. Non che non ci siano state le condizioni, tempi e risorse, per un rilancio del Mezzogiorno d’Italia. Ma è vero che quando ci sono state eravamo assenti tutti. Ora gridare allo scandalo, rimbrottare un Presidente del Consiglio che, forse per suo limite di cultura storico-politica, ci ricorda che dovremmo rimboccarci le mani non mi sembra poi così offensivo o, almeno, non più offensivo delle solerti parole del giornalista piemontese che suggerisce, in pillole del mattino, le solite ricette al solito Sud criminale e buono a nulla.

La crescita di una comunità è un aspetto che riguarda la comunità stessa che deve decidere come e in che termini possa entrare nel gioco economico guardandosi intorno. Guardando al proprio territorio e ai mercati con i quali vorrebbe entrare in relazione. Ciò richiede una presa di coscienza civile che nessuna supplenza legislativa o di indirizzo politico potrà mai sostituire. Ma non basta. Nell’analisi delle disparità di crescita e delle incapacità di riorganizzare un Sud in termini economicamente competitivi, ogni volta si considera solo un aspetto del problema come se tutto il resto -ovvero ciò che con il problema fa da sistema- fosse marginale. Cioè considerare, ritenere, che lo sviluppo e la capacità economica, e quindi la ricchezza, si misuri solo nella dimensione industriale dell’economia.

Ora, al di là delle giuste osservazioni della SVIMEZ, che fotografa l’evoluzione della patologia spostandola sempre più in avanti negli anni, ma guardandosi dal definire cure concrete e misurabili rappresentate da politiche mirate e obiettivi certi, credo che vi sia un errore di metodo. Un errore che va ricercato nel che cosa intendiamo per crescita. O, meglio, se per crescita, noi eredi di una economia già troppe volte definita postindustriale, intendiamo una ricchezza derivata dalla capacità di produrre solo in senso verticale, ovvero in serie e secondo economie di scala mai abbandonate. E’ evidente, e non credo vi sia necessità di commissionare costosi studi di analisi, che il problema del Sud dell’Italia come dei Sud del mondo non sia quello di ricercare la crescita in termini assoluti, vista come competizione sul mercato, ma attribuire una prospettiva al concetto di de-crescita che muti, sovverta i termini del raffronto con le economie in-crescita.

In altre parole, capovolgere i termini di valutazione cercando di rendere virtuoso un processo di de-crescita che valorizzi capacità di produzione e di distribuzione ancorate a quanto il territorio offre, ricapitalizzando economie locali che rimettano al centro l’individuo, le sue abilità. Non vorrei indicare in Serge Latouche una sorta di ennesimo profeta ( La scommessa della decrescita. Feltrinelli) ma credo che sul Sud si possa dire molto di alternativo proprio in virtù del fatto che se le politiche di crescita infinita delle società postindustriali raggiungeranno un limite di sostenibilità, allora il cercare urgentemente di colmare il gap sul quale si poggiano tutte le analisi sull’arretratezza del Mezzogiorno si trasformerebbe in una corsa inutile. Significherebbe, paradossalmente, recuperare una possibile distanza sapendo già che ci arresteremmo ben presto allorquando gli altri, quelli più “avanti”, si saranno fermati prima di noi.

La ricetta e’ troppo semplice per menti abituate ad analisi complesse. Recupero delle proprie peculiarità artigianali, delle capacità di innovazione nelle piccole cose, rilocalizzare una propria cultura economica, rivedere le modalità di utilizzo dei nostri prodotti e di ciò che si è capaci di fare nella propria terra, significherebbe anticipare lo stop dei più forti e dare sostenibilità a stili di vita più adeguati ad un modello condiviso di relazioni economiche tra individui e tra l’individuo e il suo territorio. La Svimez fa bene a ricordarci dove “non” siamo arrivati e con questo giustificare la sua esistenza. Ma farebbe bene a modificare il suo approccio di studio cercando di guardare alla transizione dei modelli e non alla immodificabilità di un solo, comodo, modello di crescita.

Uscire da una filosofia del consumo come paradigma di ricchezza e di valutazione dello sviluppo raggiunto significa restituire democrazia al mercato e non imporre una democrazia unilaterale del consumatore. Lo “sviluppo” non ha più modelli verticali a cui ispirasi per dichiararsi tale, ma orizzontali. La de-crescita del Sud può essere la prima vera occasione in Europa di mettere in discussione una ennesima dittatura della produzione e del consumo, dei termini di scambio che relegano a posti marginali uomo e beni, capacità e risorse. Dovremmo allora ripartire da ciò che abbiamo dimenticato, abbandonato e, dove ce ne siamo ricordati, abusato: da un uso parsimonioso delle nostre risorse. Ma ciò implica una politica consapevole, un rispetto e conoscenza del territorio e di noi stessi sui quali, Svimez o non Svimez, dovremmo una volta per tutte fermarci a riflettere.


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