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Città e area (poco) metropolitana

Reggio CalabriaCi sono alcune novità che il Sud ogni tanto prova a sperimentare e, quando lo fa, ci rendiamo conto che novità non sono perché siamo solo i soliti ritardatari. Il 2016 ci ha lasciati con una nuova eredità burocratico-amministrativa che in nome di un efficientismo non ben chiarito, e di una razionalizzazione non certo di teutonica intenzione, si è concretizzata nell’istituzione della città metropolitana di Reggio Calabria e della relativa area metropolitana.

Un istituto non nuovo in verità, che si muove su due parole chiave: conurbazione e interazione. La prima giustifica una sorta di prossimità diffusa di aspetti che avvicinano gli spazi suburbani e le comunità che fanno da contorno alla città metropolitana secondo un’idea di governance che dovrebbe essere più aderente alle esigenze di popolazioni che vivono simbioticamente al capoluogo, soprattutto per l’accesso ai servizi. La seconda forse è quella più interessante: interazione. Ovvero, il ritenere che ogni aspetto della vita politica, economica e sociale sia caratterizzato da un’interdipendenza tale da sommare i destini delle diverse comunità e le loro aspettative. Ora, al di là di nascondersi dietro un funzionalismo di circostanza, diventa poco corretto non tener conto che l’istituto delle aree metropolitane, introdotte più di vent’anni fa con la legge n.142 del 1990, non doveva rispondere solo ad un criterio politico, ma organizzativo.

Un criterio di definizione di progetti comuni che non periferizzassero le comunità distanti dal centro, realizzando migliori performances di governance amministrativa. Cioè, per dirla con una frase più semplice, l’istituto della città metropolitana e della relativa area metropolitana avrebbe dovuto migliorare l’azione amministrativa e di indirizzo politico diretto verso collettività territoriali di diverso livello. Ebbene, in quest’ottica di sviluppo di un’idea interessante, ma non nuova, forse è proprio lo scopo della città metropolitana, e della sua area, che si è già perso dietro le cortine del gioco politico volto a redistribuire cariche e nomine. In questo gioco tipicamente nostrano, ma di verghiana memoria, ci si è dimenticati, forse, di considerare che la città metropolitana è soprattutto un’idea di governo di un’area metropolitana che, superando il limite della provincia, si approssima ad essere una formula di autonomia che richiede capacità di progetto e organizzative di non poco conto. Disporre di una realtà metropolitana che si presenta come articolata suddivisione solo di cariche e non di idee e soluzioni non è certo molto coerente con lo scopo e rischia di trasformarsi, nuovamente, nell’ennesima occasione persa. D’altra parte i biglietti da visita presentati, o meglio non presentati, non sono da poco conto.

Una realtà imprenditoriale non ricondotta a sistema. Trasporti che tutto lasciano intendere salvo di essere infrastrutture a sostegno di una realtà allargata, poiché non sinergicamente parte di un progetto di mobilità integrata che comprende persone e beni in un modello di trasporto che crea efficienze. Una sanità che va per conto proprio e che non si interfaccia con le comunità periferiche. Aeroporti in procinto di chiudere. Ferrovie senza futuro. Progetti di urbanizzazione che vanno da soli, inseguendo la cementificazione del possibile piuttosto che il recupero del suolo. Porti che rischiano di essere decontestualizzati dal loro mercato di riferimento e rilocalizzati in posizioni di marginalità economica. Insomma, l’unica novità è che in questo nuovo anno parole come interconnessione, intermodalità, interoperabilità, riorganizzazione, infrastrutturazione sono termini che non hanno trovato un loro significato…proprio come le due parole iniziali sulle quali si sarebbe dovuta giustificare e realizzare un’idea metropolitana: conurbazione e interazione.


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