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Politica e politichese. I margini quotidiani per non cambiare

Sarà che ho abbandonato da tempo la lettura di opere letterarie e di narrativa, e forse commettendo un errore dal momento che non si può solo pensare che politica ed economia siano i sali del quotidiano. Ma se le ragioni del cuore, letterario, cedono il passo alle intemperanze della politica e dell’economia diventa difficile potersi sottrare al loro dominio. Al loro voler essere motivo e argomento di discussione o di proposte che vorrebbero cambiare, in meglio, la vita di ognuno di noi e, magari, della stessa Calabria oltre che della nazione.

Così come credere che - tra una crisi e un’altra, con una quasi rassegnata idea del tanto peggio tanto meglio che impera negli animi di ognuno di noi - si possa favorire il cambiamento riproponendo formule politiche che di nuovo hanno solo il nome mentre di antico riprendono passi e passaggi ha il sapore di un neovelleitarismo piuttosto che di una umile, consapevole, presa di coscienza della nostra debolezza. Un’affermazione di un’idea movimentista molto singolare che vorrebbe ricollocare ogni sforzo andando oltre una matrice populista, oltre una matrice proletaria…se esiste ancora, per una certa sinistra, un proletariato come riferimento. L’unica certezza è che sembra che tutti siano democratici, a destra, a sinistra e al centro soprattutto. Un’area, quest’ultima, sempre più popolata a tal punto da diventare un non luogo ideale o una sorta di spazio politico rivolto a ibridare quanto ancora possibile, visto che il trasformismo sembra ancora non essere arrivato al limite della sua percorrenza ideologica.

Ebbene,  a quanto pare anche la Calabria non è immune da questa riorganizzazione del pensiero considerata la vitalità che si diffonde sulle coste, tra partiti vecchi e nuovi. Pronta a contribuire a quello che sarà il sicuro cambiamento del domani. Un cambiamento ritenuto imminente. Quasi epilogo di una profezia costruita come nemesi del renzismo, come se un sistema politico sopravvissuto per volontà anche da chi oggi lo condanna non sia più autoimmune dalle critiche e dagli insuccessi che giustamente gli vengono attribuiti. Insuccessi che non sono solo da ritrovare nelle scelte e nelle strategie di potere nazionale ma, e forse di più, nell’esatta speculare riproposizione delle dinamiche politiche centrali nelle realtà locali.

Realtà orfane dei partiti di ieri che però, in toto o in parte con nuove sigle, si reinventano, tra scissioni e gruppi, andando alla ricerca del leader a cui fare riferimento, a cui ispirarsi, a cui affidare le sorti di una terra che nessuno leader di ieri, come di oggi, ha mai voluto veramente conoscere. Questa volontà di accreditarsi ai congressi nazionali - pensando che di quanto accade in Calabria possa interessare a qualcuno al punto da farne un disegno di priorità – provocherà i risultati di sempre e farà si che la Calabria sarà ciò che è stata in decenni di politica: un bacino elettorale e di voti per conto terzi. Nuovamente sacrificata nel nome di uno sviluppo di cui tutti ne parleranno, ma che in realtà nessuno avrà in mente di come e in che modo perseguirlo visti i successi a cui possiamo rivolgerci oggi. Perché, se così fosse, piuttosto che pensare ai massimi sistemi politici volteremmo l’angolo di casa e cercheremmo di guardare con occhi diversi al nostro cortile chiedendoci cosa abbiamo fatto sino ad ora per cambiare, per affermare un principio di democrazia che non ha colore politico e che non richiede sostegno di alcun leader: ovvero, quali iniziative civili sono state condotte per avere sanità, trasporti e servizi adeguati e quali i risultati ottenuti. Un atto dovuto alla propria terra, alla propria vita per una regione che di parole né è straricca.

Una regione che non può muoversi nei tempi della velocità, che non si cura come dovrebbe, che non cresce e si anemizza ogni giorno, che vede un flusso migratorio dei propri giovani ancora una volta diretto verso quelle regioni che forse avrebbero molto da insegnarci iniziando proprio dal quotidiano.


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