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Amarezza, rassegnazione e riscatto.

Capita spesso di sentirsi addosso la voglia di scrivere qualcosa di piacevole. Qualcosa che in un modo o nell’altro possa aprire una finestra su una giornata di sole, di luce non solo fisica ma interiore. Quella luce che ti permette di vedere oltre le nebbie, oltre il grigiore che spesso ci avvolge costretti da un quotidiano non sempre generoso. Una sorta di intima necessità per credere che non sempre tutto sia perduto, che non tutto sia solo crimine o dramma, che vi siano aspetti positivi di convivenza civile e di rispetto che possono trasformarsi in valori propri prim’ancora che condivisi.

Eppure, quando pensi o credi che oggi in Calabria, nella locride, possa esserci un giorno di sole, di luce, di profumi ecco che l’impietosità di una cronaca mai disoccupata fa capolino, oscurando l’aurora per riportarci nuovamente alle angosce del giorno. Drammi familiari che si consumano in omicidi in una terra già consunta dalle intemperanze del disagio. Rapine commesse da giovani che in ben altre imprese dovrebbero cimentarsi per l’orgoglio delle loro famiglie, se non della loro terra, cercando il riscatto e non rendersi strumento di una deriva ancor più buia offerta da un crimine.

Eventi, entrambi, di cui le vittime sono le loro famiglie e ognuno di noi poiché tutti protagonisti, e nessuno spettatore, di un modo di vivere il quotidiano che sembra spesso archiviare qualunque sentimento, qualunque emozione che vorrebbe ricordarti che essere calabrese e della locride può e deve significare altro. Che essere nato e cresciuto in una terra contraddittoria, ma che nei contrasti spesso trova le sue peculiarità accostando al buio la luce, significa avere coscienza e consapevolezza della necessità di cambiare, di obbligarti ad agire per superarli. Scrivere oggi, significa nuovamente fare i conti con l’amarezza che la cronaca supera ancora una volta il bello possibile. Una cronaca di morte e rapine che disprezza e odia i profumi della vita. Che uccide o rapina la dignità di cittadini che hanno diritto ad aprire le finestre assaporando le mitezze di un clima diverso, disteso e felice. E invece, ancora una volta, il clima non cambia.

Rimane l’amarezza di sempre che dovrebbe indurre alla riflessione ognuno di noi, evitando che possa mancare una temperatura degli animi che non si rassegni all’inevitabile condanna di un romanzo criminale senza fine. Ancora una volta aspettiamo l’inizio di una primavera che stenta a lasciare il posto ad un rigido inverno della vita, che sembra rinunciare al riscatto di se stessa nel restituire spazio ai colori, guardando al di là del buio orizzonte che cattura la luce quasi come se ci fosse a largo del nostro io un buco nero delle nostre coscienze. E, così, l’omicidio di Locri e la rapina di San Luca sembrano riportare nuovamente e tragicamente  la locride ad un punto di ripristino. Ma non un ripristino ricercato sul meglio del nostro quotidiano, bensì ancorato all’interpretazione criminale di una terra che sembra non si sia ancora stancata di essere offesa.


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