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Investire in cultura. Una questione di “cornice”

In un passato non molto lontano, in una terra non molto lontana, la cultura era certamente un segno che distingueva tra chi poteva accedervi e chi no. Una sorta di nicchia di sapere e conoscenza che divideva terre e popoli tra un sapere nobile, quello scolastico e delle arti e un sapere meno pregiato, volgare, quello che noi oggi chiamiamo cultura popolare, contadina o rurale. Per la nobiltà eletta, la cultura era solo quella proveniente dall’importazione di un sapere altrui, dalla possibilità di accedere alle lettere e alla capacità di imitare quel sapere che altri popoli, italiani, europei o a noi prossimi al di là del mare, avevano maturato ma su ben altri ruoli e rapporti attribuiti alla storia.

Per quella meno eletta, il ritenere morte tutte le vestigia di un passato greco facendo dell’oscurantismo dell’animo una rassegnata necessità di sopravvivere ad un magro quotidiano. Se questo è il retaggio con cui dobbiamo fare i conti, diventa difficile poter credere che investire in cultura possa tramutarsi così facilmente in un volano per la crescita. E’ vero, la cultura, vista come insieme delle esperienze di un popolo o di una persona, riguarda i valori di una società, deriva dalla sua creazione ed è prodotto dell’etica a cui essa si riferisce. Ma ciò che noi non abbiamo ben appreso dalla storia è che la cultura ha diviso mentre avrebbe dovuto unire.

La cultura è soprattutto conoscenza, consapevolezza, riconoscimento dei propri limiti nei confronti di chi dimostra maggior sapere e volontà di porre le premesse e le soluzioni, soprattutto le soluzioni, per superarli. E’ libertà dal condizionamento e obiettività nel giudizio. E’ attaccamento alle proprie origini e alla propria storia, amore per la propria terra e rispetto di ciò che essa rappresenta: la principale risorsa che abbiamo a disposizione. Ma per fare questo non è sufficiente imitare, ma riscoprire, dare pari dignità a tutto ciò che è conoscenza, dalle arti alle lettere, dal sapere contadino alle bellezze rurali. In un quadro sinergico di capitalizzazione del sapere, la scelta di investire in cultura non è solo credere che flussi di turisti possano fare la differenza e essere la sola fonte per un return of investment a cui affidare possibilità di creare posti di lavoro.

E’ nel riconoscere la necessità di una cultura diffusa delle nostre abilità, delle nostre, perché no!, competenze. E’ nel non escludere il sapere in senso lato e il saper fare in senso concreto, ma far si che esso includa arte, storia, tradizioni ricercando in queste le occasioni perse per creare ricchezza. Il rischio dell’autoreferenzialità della cultura rimane in questo processo senza animo sempre elevato e il fallimento, anche delle buone e sincere intenzioni, resta alle porte. Perché investire in cultura deve andare di pari passo con la necessità di rimodellare il tessuto economico-produttivo di una terra. Perché la valorizzazione delle tradizioni produttive diventa investimento in cultura di impresa laddove ogni recupero delle capacità del passato diventa cultura al servizio della crescita.

La cultura, letta solo univocamente in termini di opere d’arte, diventa ancora una volta appannaggio per pochi illuminati mentre in una terra che cresce in sinergia con tutte le sue sfaccettature culturali ogni singola espressione completa un quadro di conoscenze, arricchisce un patrimonio di opportunità che contraddistingue la comunità permettendo a chiunque di poter godere delle bellezze quanto dei beni prodotti. E’ vero. Aristotele aveva sicuramente ragione nel dire che […]“…la cultura è un ornamento nella buona sorte, ma un rifugio in quella avversa …”[…]. Tuttavia in Calabria potremmo aggiungere che la cultura, spesso, è un buon alibi per racchiudere elegantemente qualcosa di bello in una cornice il cui contorno, però, ci disarma ogni giorno.


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