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Memorie corte

Credo che l’argomento più interessante della settimana sia quello che tutti quanti noi abbiamo osservato in questi giorni, qualunque fosse stata la nostra collocazione geografica. Anzi, potremmo dire che la nostra partecipazione alla manifestazione del 21 marzo a Locri sia stata un risultato della geocalizzazione non più solo fisica o mediatica, ma anche dell’animo. Ognuno di noi ha celebrato, a suo modo, personalmente o istituzionalmente, il giorno della memoria delle vittime innocenti di mafia.

Ognuno di noi ha cercato di riflettere e collocare le proprie esperienze all’interno di un vissuto probabilmente, e onestamente, mettendo da parte qualunque pensiero di maniera per approdare a conclusioni chiare, prive di qualunque obbedienza ad un mainstream, cioè ad un pensiero dominante, per il quale sembra non esservi speranza o vie d’uscita da un tunnel che, nonostante quanto dichiarato o promesso, nel corso degli anni diventa sempre più lungo nel raggiungere la luce. E questo non perché non sia necessario ricordare la pervasività e persistenza di tale patologia. Bensì, perché non si affronta con decisione e consapevolezza, soprattutto, l’insuccesso delle cure sino ad oggi somministrate. Come qualunque patologia, le mafie sono una malattia sociale e, pertanto, hanno una loro eziologia che dovrebbe scaturire da un’anamnesi quanto mai seria del paziente, giungere ad una giusta diagnosi clinica a cui far seguire una prognosi adeguata.

Un processo semplice a dirsi, ma non così facile da realizzare o porre in essere guardando i risultati nel corso di una storia senza epiloghi. Vediamo. Sono decenni che osserviamo manifestazioni, ascoltiamo discorsi, promesse, sostegni morali eppure non sembra cambiare granché nella vita quotidiana del Sud e, soprattutto dei giovani del Sud e dei nostri paesi. Non solo. Ogni discorso che ascoltiamo giustamente definisce il crimine mafioso, come qualunque crimine organizzato, un ostacolo alla crescita di una società civile. Ne illustra i metodi, ne sottolinea la violenza e i drammi che le scie di sangue che disegnano la storia della nostra regione e della locride lasciano nelle coscienze e nelle vite di molte persone oneste. Eppure nulla cambia. Perché?

Perché nessuno, al di là della retorica celebrativa, ha il coraggio di affrontarne, pur conoscendole, le cause. Capire di cosa si alimenti il fenomeno delle mafie andando oltre quanto risaputo. Capire come proprio in un clima di non sufficiente impegno nel risolvere le cause della mancata crescita, le mafie trovano terreno fertile per continuare ad alimentare la loro sete di denaro facile, di controllo degli spazi e delle vite altrui. Si può militarizzare una terra, aumentare un peso dello Stato che è già significativo - e che esprime un rapporto operatore di polizia/cittadino e operatore di giustizia/cittadino che non ha pari da nessun’altra parte d’Italia per una regione che non raggiunge i due milioni di residenti - e ritrovarsi, ancora una volta, in una posizione di stallo. E questo perché?

Perché mancano le risposte e le azioni che ne evitino le cause. Nessuno stato di polizia è mai stata una cura efficace in territori critici. Basta leggere la storia di qualunque esperienza che ha ricercato nella maggiore pressione delle sole forze dell’ordine le garanzie di legalità e stabilità. Ciò che è efficace, al contrario, è offrire possibilità ai giovani di affrancarsi dalla noia del quotidiano, dalla frenesia dei consumi troppo facili e condurli verso opportunità di lavoro, di reale possibilità di costruirsi un futuro e di sentirsi parte di un comune sentimento di cittadinanza che non è monopolio solo di chi ha certezze consolidate o vive in condizioni di miglior agiatezza. Ciò che serve è comprendere l’isolamento culturale di chi vive in realtà rurali senza sostegno ai propri bisogni, alle proprie necessità in termini di sicurezza sociale e di servizi. Ciò che serve è il coraggio di superare il rischio che […] la memoria non (sia) è altro che assuefazione […] per dare ragione ad un Leopardi di questi giorni.

E’ il coraggio di adottare la stessa lungimiranza dell’allora primo ministro israeliano Rabin facendo nostro il messaggio rivolto al terrorismo palestinese affinché, in questo sforzo di comprendere le cause per rimuoverle sul serio ognuno abbia il coraggio di vivere ogni giorno combattendo le mafie, e fare ciò che deve ogni giorno come se le mafie non esistessero. Solo così, costruendo opportunità di crescita, di lavoro, di inclusione attiva soprattutto dei giovani, andando oltre le frasi di circostanza con azioni concrete, si riuscirebbe a prosciugare quel brodo di coltura dell’esclusione, delle opportunità non offerte o delle aspettative disattese dal quale le mafie, ancora una volta, traggono linfa.


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