Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

La via perduta della cultura

La settimana appena trascorsa si è chiusa con una serie di notizie interessanti. Tra quelle legate alle diverse interpretazioni della Festa della Liberazione ancora una volta a dedicata a decidere chi stava dalla parte giusta e chi no e le notizie di cronaca che non mancano di dipingere in nero le pagine dei giornali e dei webzine che circolano tra le nostre mani o i nostri telefonini, tablet ed altri dispositivi che fanno dell’informazione un prodotto da pronto consumo. Tuttavia, una nota è interessante: quella della disabitudine a leggere libri. Ovvero, direi, quella di approfondire temi e argomenti andando oltre le news. Si, perché leggere libri non è solo il prodotto di una educazione alla lettura.

E’, al contrario, la conseguenza di una educazione alla curiosità, al voler sapere di più. Al riuscire a farsi una propria opinione andando al di là del muro della artificiosità del modo attraverso il quale certi fatti, o determinati argomenti, vengono presentati in forme volutamente semplificate e adeguate ad una vita subordinata alle emozioni di un momento e non al sentimento. Educare alla lettura significa restituire alle persone, e ai ragazzi soprattutto, la curiosità di ricercare, verificare, aumentare la capacità di autovalutazione dei fatti, riabituarli ad un ragionamento indipendente. Ovvero, permettere loro di poter disporre di strumenti di valutazione costruiti nel confrontare fonti diverse e scremare il senso del racconto o del fatto dalle cornici di comodo che un pensiero dominante attribuisce volta per volta.

Che si tratti di un romanzo o di un saggio di politica, che si discuta di argomenti che riguardano la collettività come corpo sociale o della stessa legalità, per non parlare della politica, la rieducazione dei giovani va ricollocata nel favorire proprio questa necessità di riappropriarsi della scelta, della propria capacità di decidere come e in che termini poter disporre di quel sapere che dovrebbe permettere il confronto. In Calabria come altrove, la crisi da lettura non è solo dovuta al dominio delle tecnologie, che sottraggono il possesso del sapere dalle mani del lettore poiché convertito nella digitalizzazione della fonte. E’ crisi educativa poiché è l’approfondimento dei temi che viene meno e con questo la curiosità di ricercare. La semplificazione del pensiero digitale ha disabituato il lettore a “leggere” nel senso pieno del termine e giustificato vie più brevi e semplici nel fornire notizie o nel dare cultura facendo si che, alla fine, il risultato della digitalizzazione non è stato altro che una cultura nozionistica, essenziale, costruita sull’adeguarsi ad un pensiero dominante piuttosto che sul risultato di un confronto.

In questo senso, non credo che si possa restituire dignità alla “lettura” se non si restituisce anche dignità ad un significato di cultura che vada oltre la vetrina mediatica ricercando l’approfondimento. Scuola e istituzioni culturali dovrebbero riflettere su quanto e come il nozionismo stia imperando nella formazione delle nuove generazioni o quanto, una certa informazione, stia semplificando coscienze ed animi e, con questi, pensieri e comportamenti. Ciò non significa rinunciare alle possibilità offerte dalla cultura digitale. Si tratta solo di essere consapevoli che lettura e libri vanno di pari passo con approfondimento e ricerca. Con la voglia di un sapere autoricercato e non eterodiretto se non proprio preconfezionato. Tutto questo significherebbe dare gli strumenti per affrancarsi intellettualmente e non solo. Ovvero, uscire al di fuori di uno schema culturale orwelliano e garantire libertà di coscienza e di pensiero. Perché alla fine in Calabria come altrove, come scrisse Zygmunt Bauman […] “…La cultura, dagli inizi e per tutta la sua lunga storia, ha continuato a seguire lo stesso modello: usa dei segni che trova o costruisce per dividere, distinguere, differenziare, classificare e separare gli oggetti della percezione e della valutazione, e i modi preferiti/raccomandati/imposti di rispondere a quegli oggetti. La cultura consiste da sempre nella gestione delle scelte umane...”[…].[1] Ed è nel lasciar gestire le scelte umane che va restituita la libertà di sapere.


[1]  In Corriere della Sera, 24 maggio 2009



È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.