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Civiltà e lavoro. Non per un’occasione

Anche se maggio stenta a farsi riconoscere nelle sue qualità climatiche portando un pò di primavera nelle nostre case, di certo non è un mese come gli altri. Non solo perché ci si affida ad esso quale ponte verso l’estate a cui si inizia a guardare con interesse, ma perché è il mese di alcuni appuntamenti che chiuderanno la parentesi delle ricorrenze civili ritenute più importanti per il nostro Paese. Dopo la Festa della Liberazione, e prima dell’anniversario della Repubblica, maggio ci ha invitato a riflettere sul lavoro.

Si, proprio sul lavoro. E, questa volta, non solo come patrimonio di una cultura sindacale o come aspetto economico di creazione di utili, ma quale valore di crescita. Ovvero, quale strumento di misura dei sentimenti morali e intellettuali che verso l’impegno e il rendersi protagonisti con il proprio fare nella società esso esprime e rende dignitosa l’esistenza dell’individuo. Tuttavia anche se questi aspetti sembrano stiano trasformando la Festa del Lavoro in una ricorrenza diffusa e maggiormente partecipata ciò lo è perché, fatte salve le conquiste giuridiche e sociali del lavoratore, vi è ormai una consapevolezza diffusa che il lavoro è ciò che è sempre stato al di là dei monopoli politici di parte: il mezzo per esprimere se stessi, per dimostrare le proprie capacità e per contribuire al successo di una comunità. Se questo è il risultato del nuovo tempo, pur considerando la globalizzazione dei termini di scambio e dei fattori di produzione, oltre che dei mercati, di certo il lavoro per una regione come la Calabria e per una terra come la locride assume un significato ancora più importante sfiorando anche la provocazione.

Perché? Perché ancora una volta dovremmo ricordarci che la mancata crescita di una terra è data dall’assenza di lavoro, ovvero di opportunità. Perché l’assenza di lavoro obbliga il giovane me non solo a ricorrere ad altre strade di sopravvivenza o all’emulazione del guadagno facile ma lo rende facile preda di lusinghe criminali dalle quali diventa difficile sfuggire. Lavoro in Calabria, più che altrove, significa possibilità di affrancare giovani e meno giovani dalle morse del crimine è vero, ma significa anche dare ad una terra un valore aggiunto sulle sue capacità di riscatto perché capace di creare delle opportunità soprattutto a se stessa attraverso il lavoro di ogni singolo cittadino. Civiltà e lavoro vanno di pari passo e non sono purtroppo separabili in maniera impermeabile. Anzi la permeabilità si trasforma in consecuzione dal momento che le possibilità di lavoro offerte e le relative politiche imprenditoriali e occupazionali sono esse stesse, nei loro contenuti, espressione di civiltà. Ciò significa che una regione, una politica regionale che non offre opportunità, che non sostiene l’imprenditoria, che non tutela i suoi giovani evitandone la continua emorragia verso nuove destinazioni dimentica questa equazione ritenendo, erroneamente, che il lavoro non favorisca la legalità o giustificandone l’assenza attribuendo, anche giustamente, la colpa alla criminalità.

Ma il crimine ha paura del lavoro tanto quanto chi detiene il potere e non fa nulla per creare lavoro perché entrambi vogliono un uomo ad una dimensione: un uomo che vive tra paura e bisogno. Questo perché il lavoro crea reddito, ricchezza, ovvero possibilità per ogni cittadino calabrese di non essere più ostaggio del bisogno, di essere finalmente libero. Ed è la libertà, alla fine, il vero valore che il lavoro esprime. Una libertà del fare che non ha colori politici e non dovrebbe avere paura di affermare se stessa. Perché la disoccupazione uccide. Uccide la dignità, la personalità, il sentirsi protagonisti e affida la sete di successo a coloro che nella marginalità e nell’approssimazione reclutano i fantasmi di domani, rendendo ancora una volta una terra fantasma di se stessa.


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