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Beni culturali e cultura del passato. Un’equazione non scontata

Capita spesso di trovarsi, senza alcuna intenzione, in momenti della giornata in cui il tuo passato ti viene presentato e rappresentato in diverse circostante. Una di queste è, ad esempio, il ritrovarsi spettatori - dopo uno zapping muscolare alla ricerca di qualcosa da vedere - di un programma che inizia offrendoti la vista di un posto, una località che è dietro l’angolo di casa. Può accadere in molti modi, è vero, ma quello televisivo è sicuramente quello che colpisce nell’immediato il nostro immaginario per poi trascinarci in un viaggio virtuale senza uscire dalla porta e portandoci dentro casa ciò che forse non si è voluto notare passandoci vicino ogni giorno con un risultato: il costringerci a riflettere.

La puntata di Rai-Storia sulla Calabria e sulla sua storia, su Squillace e le sue vestigia – seppur all’interno del format Viaggio nella bellezza[1]- è stata una occasione per poter ritrovare qualcosa di noi stessi e di sentircela raccontare. Ecco: sentircela raccontare. Il racconto del passato di Rai-storia era il racconto mai narrato a noi stessi né a scuola né altrove, salvo essere patrimonio di una ristretta cerchia di addetti ai lavori, rigorosamente non calabresi, che raccordano il sapere in una prospettiva più ampia dalla quale, come sempre, noi ci autoescludiamo. Puntata molto interessante, percorso storico-narrativo ben strutturato ma, come sempre, con la presenza anche di un modo molto calabrese di raccontare il passato che esula da una necessità di presentare e rappresentare la nostra cultura forse con una capacità che possa andare oltre la necessità di corsi di dizione.

Se in molti avessimo seguito questa puntata ci saremmo chiesti se probabilmente non sarebbe stato necessario offrire un appeal diverso del nostro dire e del nostro fare che andasse, in certi momenti, al di là del “Chisti simu”. Ma non solo. Guardando le bellezze dei nostri siti e la loro ricchezza di notizie e di percorsi storico-naturalistici lo spettatore potrebbe interrogarsi sul perché non vi è ancora una “cultura del passato” che si trasforma, nel quotidiano, nella cultura del presente e che ci riporti verso il rispetto di un territorio e di una collocazione geografica che molto ha dato alla nostra terra. Guardando questi luoghi presentati così accuratamente in ordine, ci si ricorda, ad esempio, che la cultura del luogo è anche il non farlo nascondere da erbacce impertinenti o magari, entrando in un museo jonico, vedere che le bandiere poste al di sopra dell’ingresso siano meno lise di quanto ti offre la realtà.

Insomma, presentare luoghi e storie non finisce solo all’interno di un’emozione costruita sulla passiva visione di un documentario, ma dalla partecipazione attiva alla tutela, al rispetto, alla dignità di se stessi nel sapere, nel conoscere, nell’essere protagonisti della propria vita e dei percorsi storici dei nostri padri. Offrire un’immagine di se stessi nel mondo artificiale dei media e poi lasciare all’abbandono del quotidiano ciò che il passato ci offre significa non vivere il presente, ma subirlo affrontandolo con apatia e senso di non appartenenza. Arthur Schopenhauer scrisse che […] “…le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano…”[…].

Forse dovremmo farci carico di un nuovo modo di vivere e di raccontare la nostra terra, di presentare noi stessi in maniera più concreta e misurabile e non autoreferenziale come siamo bravi a fare da decenni. Perché, purtroppo, ancora una volta, lo spettro del provincialismo si appropria della nostra vita e non abbiamo più alibi a disposizione per giustificare nuove approssimazioni o superficialità.


[1] Le tante vite di una città della Calabria. In : http://www.raistoria.rai.it/articoli/italia-viaggio-nella-bellezza-le-tante-vite-di-una-citt%C3%A0-della-calabria/31047/default.aspx



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