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Amministrare o commissariare?

Gustavo Zagrebelsky afferma che […] “…la democrazia, come la concepiamo e la desideriamo, in breve, è il regime delle possibilità sempre aperte perché […] a suo dire […] essa non si basa su certezze definitive, ma è sempre disposta a correggersi perché tutto può sempre essere rimesso in discussione…[…]. Ma non solo. Nel proseguire nella sua descrizione del modello democratico, pur riferendosi ad altri argomenti, sottolinea come l’affermazione definitiva ed indiscutibile di giudizi di valore come quelli sottesi alla distinzione tra giusto e ingiusto o tra bene e male se non sono considerati ripensabili o ritenuti modificabili poco hanno a che fare con la democrazia.


Ora, riportando queste riflessioni in Calabria e riguardo alle prossime elezioni amministrative che sono già considerate sub judice in termini preventivi si potrebbe dire che, in fondo, i confini, e i giudizi, tra bene e male, tra giusto e ingiusto siano ancora molto netti e considerati insormontabili. Ovvero, alla ricerca di prossimità di vario genere si è rischiato di emettere delle “sentenze” di esclusione in virtù di un giudizio di valore piuttosto che conseguenza dell’applicazione di una norma di legge. Si è corso il rischio di confondere il diritto/dovere di amministrare con la necessità di commissariare, riproponendo quella sovrapposizione tra il diritto di una comunità di partecipare alla vita amministrativa con la volontà, spesso presunta, di escluderla secondo una ragione, a volte “ragionevole” ma non sempre, di tutela.

La verità, per essere intellettualmente corretti, che la si voglia vedere o meno, è però una sola. Che si tratti di non saper amministrare o che si proceda al commissariamento alla fine si perde comunque e perdono, con i cittadini, amministratori e commissari. Amministrare male significa non saper esercitare un diritto e non avere a cuore le sorti di una comunità dove il gioco politico deve lasciare spazio all’interesse pubblico e alla condivisione, senza rintanarsi nelle solite beghe di lista che sopravvivono anche dopo il risultato elettorale. Commissariare significa chiudere ogni possibilità di fiducia tra Stato e cittadino. In entrambi i casi, che si amministri male o che si proceda al commissariamento, ci si trova di fronte ad un fallimento e il risultato che si ottiene è “democraticamente” un nulla di fatto. Ma, soprattutto, ciò che diventa drammatico è il rischio di far retrocedere ancora una volta ogni possibilità di crescita in Calabria e nella locride in particolare.

Una ennesima retrocessione che può avere solo un effetto: far disamorare il già distaccato elettore dal suo quotidiano. Ciò svuoterebbe di significato ogni discorso, indicazione o iniziativa rivolta verso quella crescita civile che dovrebbe passare attraverso l’impegno, il diritto e poi il dovere di amministrare. Significherebbe attribuire alla legalità un significato diverso da quello che è in essa insito e che rifugge ogni pre-giudizio, magari fondato solo su una storia di famiglia che ognuno può condividere o dissociarsi e che, proprio per questo, andrebbe valutata con l’obiettività dei fatti e non solo per imbarazzo di un cognome o del luogo di residenza. Significherebbe, insomma, ricollocare ogni animo nella disaffezione e nell’indifferenza ottenendo, amministrando male o commissariando a prescindere e solo per intuitu personae e non per dati di fatto, ciò che la criminalità in fondo vuole: impossessarsi ancora una volta della sfiducia nelle istituzioni e nelle procedure a cui le istituzioni si richiamano.


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