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Se fare turismo è una novità… da anni.

Località turisticheForse non tutti ci fanno caso, ma qualcuno si ricorda che la stagione turistica è alle porte. Di certo gli operatori liguri, come quelli romagnoli se non della Versilia e altri ancora sono lì pronti a guardare alla nuova estate come il momento per riprendere le attività da dove le hanno lasciate qualche mese fa. Attività che, tra venti di crisi e pronostici elettorali, in fondo sopravvivono e tengono fede ad una qualità sulla quale si sono costruiti anni di capacità imprenditoriale.

Non che l’industria turistica nel suo complesso non abbia manifestato delle sofferenze. Tuttavia, a guardare le presenze invernali e quelle estive non così lontane, in fondo l’Italia, quella che organizza, costruisce, pianifica e conduce, è ancora una buona promotrice di se stessa potendo contare su un know how che regge alle più convenienti lusinghe che provengono da altre località del Nord Europa e del Mediterraneo. Ma non solo. L’offerta turistica è mutata nelle sue modalità modificando le abitudini degli italiani, favorendone una maggiore e più frequente mobilità attraverso una distribuzione da aprile a settembre di opportunità economicamente interessanti, dove la brevità del soggiorno si coniuga con il più contenuto costo della vacanza e con più frequenti periodi di ferie.

Tutto questo, però, così come dimostra che l’industria turistica è, come ce lo ripetiamo da sempre, il volano dell’economia di un’Italia post-industriale, evidenzia come in alcune parti del Paese essa è ancora una volta una novità. Un argomento scontato nel chiacchiericcio pre-estivo, ma privo di una visione di insieme. Guardiamo cosa accade dietro l’angolo delle nostre case, o, meglio, delle nostre spiagge. Politicamente, il turismo è un buon cavallo di battaglia per la promozione di un’idea o per autoreferenziare il nostro orgoglio. Peccato, però, che alla fine, ancora una volta, non lo si possa considerare una industria o una sorta di attività di impresa che coinvolge il territorio nella sua complessità. Ogni anno, nella locride, come nel resto della Calabria d’altronde, ci ricordiamo del turismo cecando tavoli di dialogo tra istituzioni e operatori turistici; tavoli, dove si decide poco e, quel poco convenuto, non solo diventa tardivo ma non si realizza.

La dimostrazione che il turismo rimane un’araba fenice nella locride è che, come sempre, ci ricordiamo della stagione che verrà solo quando è già …arrivata!. Insomma, siamo consapevoli che puntiamo solo su due mesi all’anno relegando il nostro turismo ad un periodo nel quale si cerca di massimizzare i profitti senza investire, al contrario, su una offerta più diffusa che renda vitali le nostre coste dall’avvio della primavera sino all’inizio dell’autunno. Fare turismo si riduce, così, ad un momento nel quale tutto diventa urgente, dalla pulizia delle spiagge al cercare di come arginare i divieti di balneazione che di certo non creano fiducia nei pochi ardimentosi che sceglieranno le nostre coste.

La verità, come scrivevo qualche anno fa, è che si tenta di nascondere dietro alcune eccellenze il fatto che non si riesca ad offrire ancora oggi un quotidiano turisticamente sostenibile. Un quotidiano che trasformi ogni comune calabrese in una piccola, ma fondamentale, parte di un mosaico vacanziero che valorizza le sue tipicità. Probabilmente dovremmo partire da un sano sentimento di umiltà e di riconoscimento delle nostre colpe prim’ancora che celebrare le cosiddette eccellenze che non fanno testo se non distribuiscono qualità al resto del territorio. Dovremmo fare turismo ogni giorno con le piccole cose, ovvero con la pulizia e il decoro delle nostre strade, delle nostre piazze, con la tutela delle spiagge e delle acque. Allora in questo senso potremmo guardare al turismo sotto un’ottica diversa, di ospitalità diffusa e di sinergie di servizi per poter finalmente credere che vivere di turismo sia, anche, vivere di noi stessi prima di tutto.


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