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Quando a essere ultimi diventa una (triste) abitudine.

Le giornate estive molto frenetiche nella nostra vita di ogni giorno. Lo sono perché i ritmi biologici aumentano nella loro frequenza grazie al clima che ci offre più luce e maggiore libertà di movimento. Ma richiedono, viste le alte temperature, anche delle pause che dovrebbero indurci a riflettere superando quelle tipiche del torpore invernale, nel quale ci lasciamo sedurre dal soporifero abbraccio del calore che contrasta con il gelo della realtà. In questo gioco delle stagioni, credo si possa ricondurre anche il nostro modo di affrontare il quotidiano nelle sue diverse sfaccettature.

Ovvero, se d’inverno ci adagiamo per inerzia, quantomeno d’estate dovremmo sentirci maggiormente dinamici e porre le premesse per affrontare le stagioni fredde riflettendo sul da farsi. Purtroppo sembra che non sia così. Cioè, pare che il nostro adagiarci su luoghi comuni, ogni tanto sfatati da qualche eccellenza estemporanea fatta uscire dal cilindro della politica o dal politico di turno, sia in fondo una virtù dal momento che la perdurante rassegnazione verso i nostri limiti alla fine sembra apparire quasi come un valore. Stranezze calabre, si potrebbe dire, ma che in fondo ci contraddistinguono e ci collocano ancora oggi come gli ultimi sopravvissuti di una novella verghiana dove il cambiamento di fatto è solo il vestito di circostanza che nasconde un corpo privo di fisica (e politica ed economica) sostanza.

Ecco perché parlare, come accadrà, anche questa estate nelle piazze tra un premio ed un altro, celebrando eccellenze o rendendo dichiarazioni su crescita, occupazione o legalità sarà come celebrare dei non luoghi verso i quali sembra riaprirsi, visto che si parlerà del nulla, una corsa ad appropriarsene per le più disparate ragioni. Vi saranno coloro che disegneranno scenari iperbolici di rilancio; quelli che faranno, come fatto, della legalità un modo per disegnare mappe di nomi e luoghi noti da decenni per affermare le proprie convinzioni per poi ricordarci che non esiste uno Stato dimenticandosi che è anche loro sono lo Stato; coloro che ci diranno cosa si potrebbe fare pur vivendo, loro, nella comoda consapevolezza che governare dove c’è bisogno sia sempre la cosa più facile: una filosofia di governance locale che dura da cinquant’anni nelle sue caratteristiche di un neofeudalesimo partitico e personale.

Vi sarà chi, nell’associazionismo, troverà un buon motivo per inseguire una idea di riscatto, ma che piuttosto che essere un’idea condivisa lo sarà tale e solo sino al raggiungimento di un proprio scopo. Di fronte ad un simile scenario di estremo valore sociologico - che sarebbe sufficiente per far si che la Calabria e la locride possano rappresentare un case – study molto raro per una analisi che vede interfacciarsi diverse sfaccettature del potere e della vita civile – la domanda estiva alla fine, e che vorrei fosse proposta a chi parteciperà ad un qualche convegno estivo, ad una serata di discussione piuttosto che ad uno degli immancabili premie dove tutti parleranno di tutto, potrebbe essere la seguente: è questo ciò che vogliamo o che dobbiamo essere? Una terra criminale, da copertina e mappe anagrafiche? Considerarci ancora una terra senza futuro e senza riferimenti?

Costretti ad ascoltare sempre lo stesso nastro che si riavvolge sui luoghi comuni di crescita, sviluppo e legalità narrati nel senso che fa più comodo a chi lo racconta o che piace di più ai media? Vogliamo evitare un esame critico su noi stessi e sulla nostra incapacità di riuscire ad andare oltre il quotidiano, oltre la paura della criminalità o di una legalità che reprime e che non da risposte alle domande dei giovani di avere tutele sociali e opportunità vere e concrete di crescita? Estate a parte, non credo che ci rimangano molte possibilità per rispondere a tutti questi interrogativi oltre ad un ultimo e solo argomento: riconoscere i nostri difetti, mettere da parte quel nostro orgoglio gratuito che ha trasformato per anni in eccellenze quel poco di normale che avevamo per dimenticare, in fondo, che inverno ed estate sono stagioni della vita.

Una vita che abbiamo vissuto e che viviamo senza essere protagonisti se non per copertine criminali che criminalizzano tutti e tutto e dove la dignità di una regione viene privata ancora una volta della sua storia, del suo diritto ad un futuro diverso, stretta tra il giogo del crimine che si sostituisce allo Stato, una legalità che se giustamente reprime meno giustamente non propone, uno Stato che dimentica gli altri suoi doveri e una politica sempre più autoreferenziale e inconcludente.


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