Questo sito utilizza cookie anche di terze parti, per migliorare l'esperienza utente, motivi statistici e pubblicità. Chiudendo questo banner, cliccando al di fuori di esso o navigando su questo sito acconsenti all'uso dei cookie.

Il richiamo della foresta (II)

Nel 2004 per un quotidiano regionale avevo scritto un piccolo commento che aveva lo stesso titolo. Allora mi riferivo alla polemica sorta sulla gestione della forestazione regionale divenuta oggetto di un sagace articolo e di una altrettanto singolare vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera del 14 dicembre. Al di là dei contenuti della vicenda, e guardando come sempre con gli occhi di chi vive il presente, non vi è dubbio che seppur oggi sia stagione da mare, le nostre montagne alzano il dito facendoci ricordare che esistono.


Che esiste una realtà verde importante, ma non valorizzata come si conviene per un patrimonio agro-forestale direi quasi senza eguali in Europa. Unico per la sua posizione geografica, perché a ridosso del Mediterraneo. Unico perché offre una biodiversità così diffusa tra le spiagge e le cime appenniniche creando una continuità e una varietà di scenari che si svolgono dalla coste alle fiumare e da queste si succedono sino alle pendici coperte da una vegetazione che sbalordirebbe qualunque amante del wilderness. Eppure, su questi sentieri, sul nostro verde, ci passiamo sopra senza pensare cosa calpestiamo.

Ci rendiamo conto che esiste un patrimonio boschivo solo quando il crepitio degli ulivi quanto dei larici, dei faggi o dei pini che ardono sotto le fiamme impietose si trasforma in una disperata richiesta di aiuto. E dopo il dramma, quando l’orizzonte si è già tinto di rosso, in molti sono pronti a condannare l’incuria, o a ricercare i responsabili di tale disastro o i colpevoli delle negligenze o dell’abbandono. Con un solo risultato: che qualunque caccia al responsabile non approderà ad alcuna soluzione, non ripagherà della violenza subita. Perché, alla fine, anche se si cercherà di arginare un dramma, di ricercare il miglior capro espiatorio o anche il vero colpevole, non si risolverebbe nulla con una azione estemporanea rivolta a mettere solo un riparo ad una ferita.

Ciò che manca, e credo che tutti, se fossimo onesti con noi stessi, lo dovremmo ammettere è quella consapevolezza intima e cosciente di quanto valga il verde. Di quanto valga quel terreno, quella collina, quell’albero o quel cespuglio che non osserviamo o che, magari, colpisce la nostra attenzione solo quando le ceneri lasciano il posto alla vita o lo si scambia per un deposito di rifiuti dove abbandonare sacchetti di plastica o ci ispira altre poco fertili accortezze. La verità, che a molti non piace, è che in fondo la responsabilità di un verde che boccheggia tutto l’anno è da attribuire ad una scarsa sensibilità verso il mondo che ci circonda. Un mondo silenzioso che chiede rispetto e cura, che si lascia anche sfruttare ma che, nell’essere sfruttato, pretende almeno il ripristino dei luoghi e la tutela dall’imperizia.

Probabilmente sarebbe un’utopia pretendere l’esistenza di un pollice verde in ognuno di noi. Tuttavia, una coscienza verde è necessaria perché tutelare una macchia di colore del nostro quotidiano significa gettare le basi per un nuovo patto tra l’uomo e il territorio. Perché l’abbandono, l’incuria, l’indifferenza, l’apatia rappresentano le prime cause di un disastro. Sono cause non materiali, è vero, ma alla fine sono la premessa che consente a chi distrugge di poterlo fare indiscriminatamente. E, nell’indifferenza, il verde muore e con esso le speranze di una regione che vede andare in fumo una parte importante del suo patrimonio, della sua essenza, della sua cultura rurale con le sue montagne e solo perché, da tempo, ha rinunciato a viverle.



È consentito il download degli articoli e contenuti del sito a condizione che ne sia indicata la fonte e data comunicazione all’autore.
Gli articoli relativi a contributi pubblicati su riviste si intendono riprodotti dopo quindici giorni dall’uscita.