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Se la Calabria è nemesi di se stessa

Stagione turistica iniziata dovunque, turisti in movimento in Italia, musei aperti nelle città più gettonate, spiagge illustri che si apprestano a vivere il momento più esaltante di un anno che per ogni italiano è sempre più pesante al punto che nessuna crisi riesce a fermare la giusta voglia di esorcizzare in una vacanza difficoltà, tristezze e precarietà che occupano le menti di molti, troppi di noi.

 

Stagione di cambiamenti, anche, che guardano ad un nuovo modo di interpretare i rapporti sociali ed economici, nel tentativo di offrire speranze di riassetto di un Paese che vuole tornare a vivere e che chiede di essere protagonista, pur nella sua debole credibilità politica che si pesa ogni giorno. Eppure, di fronte a tali intenzioni, alla voglia di cambiare che si respira, anche se debolmente, dovunque in Calabria questa voglia sembra essere ancora più timida. Al di là delle intenzioni manifestate nelle occasioni più disparate, andando oltre il politicamente corretto delle istituzioni, sembra che si continui a preferire lo stare a guardare, magari preoccupandosi di curare le ferite dovute alle mai troppe indagini su una Calabria criminale, oppure facendosene una ragione sulle incapacità di molti comuni di funzionare in termini di servizi e di sostegno alla collettività, o facendo si che il territorio sopravviva suo malgrado alle incurie e all’abbandono.

In questo senso, sembra che ad ogni buona intenzione debba sempre corrispondere una negazione della stessa. Una sorta di remissivo senso del presente che non smarca nulla del futuro. Una rassegnata interpretazione di una Calabria immobile che seppellisce ogni piccola luce che si muove nella cultura o nel turismo, privando se stessa di un’idea di protagonismo affidato solo a promozioni d’occasione. Ogni sforzo, ogni tentativo condotto verso la meta di un orizzonte di luce, rischia di trovarsi poi impantanato in un quotidiano che ricolloca ogni speranza all’interno di una statica consapevolezza dell’essere. E, in questo, ogni espressione del conservatorismo, sia esso culturale che istituzionale, ristabilisce l’ennesimo falso equilibrio tra ciò che si poteva fare e ciò che va lasciato così com’è.

Turismo, sviluppo, promozione culturale, cura dei luoghi e delle memorie, partecipazione e allargamento del gioco politico a chi è più capace, diventano le vittime illustri di una nuova stagione verghiana dove tutto sembra essere pronto per il cambiamento, ma è solo apparenza. La crescita di una terra e della sua società cammina nella percezione che ognuno di noi ha di essa quando vi percorre le strade, quando passeggia sulle spiagge o quando fa la coda in un ospedale. Quando sente il bisogno di uscire dal guscio protettivo di una società che lo avvolge con piccole certezze ma che, in realtà, lo ipnotizza sull’oggi lasciando il domani dietro porte difficili da aprire.

In questo sembra ancora una volta, tra piccole trasparenze e molte torbide acque, che la Calabria voglia essere nemesi di se stessa non ricercando successi e non preoccupandosi di difendersi dall’onta del crimine quanto della criminalizzazione, dai luoghi comuni che la pongono nell’immaginario collettivo come luogo dove tutto è possibile, lasciando che essa alla fine essa sia prezzemolo di molte, amare, ministre.



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