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Zanotti Bianco e il meridionalismo. Superare gli alibi e i luoghi comuni

Umberto Zanotti Bianco

Credere che ci siano state figure che hanno caratterizzato momenti della storia in maniera significativa e costruttiva, al punto da lasciare dietro di loro segni tangibili di impegno, a volte è cosa ardua. Ma una volta individuate, credere, poi, che queste figure in un modo o nell’altro abbiano suggellato con le opere piuttosto che con il pensiero un loro intimo coinvolgimento con la propria terra o con quella altrui potrebbe essere superfluo immaginarlo possibile. Tuttavia, ridisegnare la storia del meridionalismo partendo da un meridionalista non… meridionale diventa però tutt’altra cosa.

Rivedere e rivalutare la figura di Umberto Zanotti Bianco, ad esempio, non è solo una questione di debito storico da saldare. Né, tantomeno, si tratta di celebrare un insigne studioso, politico o filantropo pescando nel passato di una popolazione, di una comunità, di un comune o di una regione intera. Si tratta, in realtà, di rileggere una vicenda politica, storica ed economica, oltre che sociale se non addirittura antropologica tra le righe di chi, senza dover subire critiche di partigianeria e pur immedesimandosi, non guardava la Calabria, ed il Mezzogiorno in particolare, solo attraverso gli occhi di uno del posto.

Il meridionalismo di Zanotti Bianco ancora oggi è diverso da quello dell’intellettualità cartonata e benpensante, dispersasi tra libri e salotti romani del Novecento ma anche dei nostri giorni. Esso è una forma di vissuto personale e di ricerca che è maturato man mano nella presa diretta dei limiti di una terra e di uno Stato. E’ una forma di analisi e di azione che andava oltre l’autoreferenzialità e l’autocommiserazione di una certa cultura meridionalista da cassetta per risolversi, suo malgrado, in un amore per una popolazione e per la semplicità dei luoghi che dovrebbe animare molti di noi. Di fronte alle esperienze del torinese Zanotti Bianco, i nuovi autonomismi e il senso di identità richiamato o vituperato a seconda del politicamente corretto dominante, diventano occasioni di riflessione.

Occasioni dettate non solo dalla necessità di verificare se ci sentiamo parte di un progetto di nazione ancora immaturo - nonostante questo abbia più di un secolo e nonostante due drammatiche guerre e un ambiguo dopoguerra vissuto nella divisione tra italiani - ma dal dovere di porre noi stessi di fronte allo specchio dei tempi. Messi di fronte alla storia, o riflettendo sulle iniziative lombardo-venete, dovremmo chiederci che cosa abbiamo imparato dalla lezione di Zanotti Bianco, dal suo dinamismo, dal suo stimolare una voglia di dignità per una terra e una cultura non propria. Dovremmo chiederci quanto ci siamo rimboccati le maniche in questi decenni per seguire il suo insegnamento, per dimostrare di saper uscire dal comodo tunnel dell’alibi di uno Stato a cui chiedevamo aiuto e che condannavamo poi come assenteista, per raggiungere una luce che, soddisfatti i nostri bisogni immediati, sembrava non interessarci più.

Dovremmo guardarci negli occhi e credere che il nostro destino ancora una volta non può essere scritto dagli altri. Esso va costruito ogni giorno, rispondendo a chi utilizza i soliti e purtroppo spesso giustificabili argomenti verso il Sud con la capacità di amministrare, gestire e migliorare il nostro quotidiano. Organizzare movimenti costituenti o meno - ammesso che abbiano una ragione e che possano catturare una attenzione diffusa – non risolve le nostre ansie. Credo, invece, che proprio per questo, rileggendo Zanotti Bianco, potremmo trovare ancora argomenti utili a superare il nostro provincialismo e la nostra arrendevolezza. Potremmo riscoprire tra le pagine de “Tra la perduta gente” o tra le foto di Africo e dintorni ben raccolte dall’autore, quella voglia di riscoprire noi stessi partendo dai nostri luoghi e colorando il bianco e nero dell’anonimato e dell’arrendevolezza con il colore della gioia del successo.

Potremmo allora, guardando il nostro passato, riscoprire quell’amor proprio che dovrebbe essere parte del nostro vivere e non la vittima sacrificale di un assistenzialismo di comodo. Dovremmo avere la voglia di affermare valori di riscatto fondati sulle nostre azioni, lasciando ad altri la loro opulenza e orientando i nostri sforzi verso un futuro da protagonisti. Questa è la lezione di Zanotti Bianco. Una lezione morale e pragmatica dataci da chi, giungendo dal Nord, aveva nel cuore come fare per unire una nazione, per costruire un sentimento che andasse verso l’Europa, ma anche il desiderio di far si che i popoli del Sud comprendessero se stessi e per se stessi si muovessero finalmente verso un nuova alba.



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