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La “cultura” non è, e non può essere, un semplice comodo spot

Quante volte abbiamo sentito parlare o letto di eccellenze riferite alla nostra regione? Quante volte abbiamo sentito parlare o letto di quanto la cultura sia una sorta di volano necessario per accreditare un territorio affidando al suo passato, alla sua storia, alle sue tradizioni, quella necessaria conquista di spazio tra coloro che hanno qualcosa da “raccontare” al mondo?

Quante volte siamo stati nutriti con il mito della Magna Graecia, o ci siamo attribuiti l’essere eredi di vestigia lontane celebrate nei parchi archeologici per poi dimenticarle tra le siepi che ne nascondono l’essenza, quasi a supplicare con la loro crescita una richiesta di oblio da chi le usa solo a “convenienza” quale strumento da vetrina all’occorrenza? E, quante volte, ancora, si sono scritti articoli, organizzati convegni da parte di coloro che senza aver poi l’animo di quelli che ne colgono l’essenza o il significato di una storia di civiltà sepolta - riportata alla luce e messa in ombra per incuria o per semplice apatica abitudine e vederle come rovine e non come testimonianza – archiviano la “cultura” dei luoghi solo perché al momento non utile ad un provincialissimo gioco politico?

Ebbene la risposta a questa sensibilità “culturale” è data dal fatto che in Calabria vi è solo uno, dicasi un solo sito paesaggistico, ma non archeologico o culturale, che rientra nella lista dei siti e beni archeologico-paesaggistici italiani eletti dall’Unesco a patrimonio dell’umanità: il Parco del Pollino. Probabilmente perché l’Aspromonte, con la sua incredibile biodiversità posto a metà strada delle due coste, avrebbe avuto poche possibilità di accedere alle vette vista la più appetibile vocazione criminale. Tuttavia, ancora una volta potremmo scrivere fiumi di parole per giustificare o per spiegare del perché la storia archeologica della Calabria sia fuori dal grande circuito, o dissertare se qualcosa sia stata proposto o meno, ma il risultato ad oggi non cambia.

A fronte di più di cinquanta indicazioni di siti italiani quali patrimonio “Unesco”, e senza nulla togliere al Pollino, non vi è però un solo sito archeologico calabrese - che sia Locri Epizefiri, Scolacium, Sibari, Capo Colonna e altri disseminati nella regione – che affermi la sua dignitosa presenza. Ma non solo. Accontentandosi di avere il Pollino a guardia del nostro passato, probabilmente, tra le tante dimenticanze da parte delle migliori espressioni della “cultura” calabrese, sarà sfuggito che dal 17 ottobre 2003 l’Unesco ha dato il via anche alla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale per la tutela della cultura tradizionale e del folclore. Una Convenzione che si propone di tutelare e promuovere, nel mondo, e… nel tempo, tradizioni popolari che hanno un segno storico tangibile nella formazione di comunità che esprimono attraverso di esse una loro identità riconosciuta.

Senza andare lontano, ma solo soffermandosi perdendo pochi minuti a leggere il sito italiano dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, ci si rende conto che linguaggi, riti, consuetudini, ovvero tradizioni e usanze diventano beni da tutelare o da promuovere secondo il convincimento che anche queste espressioni sono “cultura”, “sapere”, modi di vita che non perdono di attualità, ma possono suggerire o ispirare idee di crescita e di sviluppo di terre che hanno avuto e desiderano continuare ad avere una storia. Ecco perché lo scetticismo diventa, purtroppo, ragione di sopravvivenza quando in Calabria si sente parlare di cultura. Perché usare la cosiddetta cultura come uno spot solo quando serve non fa “cultura”, ma è solo sterile manifestazione di una saccenza estemporanea che non lascia traccia di sé. Soddisfa una esigenza di immagine per chi crede di costruirsi attraverso di essa un expertise o un ruolo, o è funzionale ad una politica che vuole presentarsi erudita senza esserlo. Ma, purtroppo, in entrambi i casi, questa “cultura” del “cotto e mangiato” non fa del nostro passato la ragione del nostro futuro.


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