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Marciare su Roma…

Non vorrei cimentarmi questa settimana nel commentare iniziative che hanno già avuto, e giustamente, dedicate pagine di questo giornale e favorito commenti di varia natura e contenuto in sedi diverse. E, altrettanto, non vorrei commettere lo stesso errore nel quale si cade facilmente in Calabria quando si assumono posizioni di critica, di dissenso o di rivendicazione: ovvero sconfinare nella deriva intellettuale del luogo comune.

Tuttavia, forse, a margine della marcia su Roma dei sindaci della locride qualche pensiero credo sia necessario porlo se non altro per giusta cronaca di punti di vista che, in un indispensabile confronto dialettico dovrebbero aprire le porte alla riflessione, alla partecipazione e alla considerazione del pensiero altrui. Che la sanità in Calabria e nella locride manifesti delle sofferenze, sia nell’offerta dei servizi che nella qualità degli stessi, non è certo argomento poco noto. Tutt’altro. Così come, in fondo, mi pare sia altrettanto giusto che il cittadino si aspetti qualcosa di più in termini di prestazioni e di diagnostica, oltre che di primo soccorso ricordandosi che quello alla salute è un diritto garantito. Su questi argomenti avevo già scritto in passato con osservazioni e proposte che si sono perse nelle righe di un quotidiano regionale di ben altra tiratura.

Ciò che sorprende però, ad oggi, non è tanto la consapevolezza di una deriva socio-sanitaria verso una offerta di ben altra qualità rispetto a quanto proposto da regioni italiane ad altre latitudini, quanto il mettere al centro della vicenda della sanità il governo centrale come se eventuali responsabilità siano solo ed esclusivamente “romane”. Al di là del fatto che non ho letto, forse per mia incuria, proposte e progetti riorganizzativi posti in essere dai Comuni che sono i principali interlocutori delle Aziende sanitarie che incidono sui loro territori, mi sembra paradossale, e credo che tale libertà di pensiero mi possa essere concessa, che una iniziativa così importante di marciare su Roma si sia persa in un viaggio della speranza politica piuttosto che in una più concreta presa di coscienza degli errori di gestione di una politica sanitaria fatta in casa.

Una politica della salute a cui sembra nessuno voglia rispondere, della quale si sono accettate scelte e nomine fatte mettendo al centro l’opportunità politica e non il diritto del cittadino di essere curato bene, da chi ne è capace e in strutture adeguate. Ora, io credo che la responsabilità non preveda spostamenti di fronte. Cioè, non può essere delegata o evitata. Essa richiede un diretto esame di quanto si è fatto, di quanto si è proposto e non realizzato, ovvero, di quanto si poteva fare, proponendo, e non è stato fatto o, ancora, di quanto non si è controllato considerando il ruolo che ai comuni è affidato in termini di partecipazione all’esame del bilancio delle Aziende sanitarie. Ma, soprattutto, essa (la responsabilità) richiede la conoscenza del ruolo e degli oneri che sono a capo di chi oggi cerca colpe altrui sorvolando sulle proprie o su quelle della politica regionale della quale molti amministratori ne sono l’espressione locale.

Non sta a me ricordare come e quanto la gestione della sanità sia un argomento “regionale”. Così come non credo che sia necessario sottolineare che se si pretende autonomia amministrativa - come riconosciuto dalla Costituzione, anche se resa operativa solo dal 1977 – la sanità diventa una materia di autogoverno locale verso la quale, dai Comuni alla Regione, tutti sono legati da un reciproco vincolo di responsabilità giuridica, oltre che politica, di governance. Pensare in termini diversi dai precedenti significa solo ricercare, ancora una volta, un mezzo per trasferire inerzie, assenza di idee e mancanza di proposte altrove… ma tutto questo, allora, non ha più nulla a che fare con i mandati elettorali dei cittadini.


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