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Se ad essere diffusa deve essere la cultura del territorio

Le esperienze finalizzate a dare del territorio delle letture che ne valorizzino le caratteristiche antropiche, ovvero storico-culturali oltre che naturalistiche sono di certo dei momenti di approfondimento sull’identità di un ambiente fisico ed umano che interagisce ogni giorno nello spazio e nel tempo.

Ovvero, ogni esperienza creata, vissuta, maturata e anche scomparsa sono nient’altro che dei momenti che pongono il quotidiano al centro di una storia che non è minore. Una storia che, al contrario, si inserisce in una cornice più ampia che diventa vita di una comunità quale parte di un popolo, di un comune, di una provincia, di una regione, di una nazione e di un ambiente che può essere al di sopra del limite di orizzonte che ci condanna al localismo: la transnazionalità e l’internazionalità. Parole come crescita, sviluppo, memoria o orgoglio sono ricorrenti nelle dialettiche di ogni convegno, o fanno parte di ogni progetto che vorrebbe sdoganarci da un limite di prospettiva senza far venir meno il nostro essere. Tuttavia, vediamo cosa significa creare una idea di cultura “diffusa” o di memoria “diffusa” perché sono questi i criteri sui quali si può costruire un’idea di “museo” inteso come distribuzione delle specificità di una comunità, del suo territorio e della storia.

Diciamo, per onestà di cronaca, che l’idea di creare dei musei diffusi non è certo originale. Vi sono già esempi interessanti che sono stati realizzati in altre regioni d’Italia la cui lungimiranza corre con la velocità di un pensiero che non si accontenta dell’ovvio. Dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino al Polo del “900 - per indicarne solo due realtà pesate personalmente - di certo non si può non constatare che il raccordo delle esperienze maturate negli ambiti proposti di ricerca e di testimonianza permette la distribuzione anche delle capacità di promozione secondo le iniziative poste in essere da ogni struttura a cui è affidata una parte dell’argomento. Ma non solo. La lezione che ne deriva è che il concetto di “museo diffuso” è in verità un’idea scomponibile in due accezioni del termine ben precise.

La prima distributiva, ovvero coinvolgere più protagonisti in una visione areale, ma ancorandoli ad un progetto unico. La seconda di distribuzione delle risorse affinché ogni parte del puzzle ambientale o dei percorsi antropici sia adeguatamente sostenuta senza creare disomogeneità. Se così è allora non vi sarebbe un solo comune che non potrebbe rientrare in un progetto ben guidato che non possa ritrovare se stesso sia nel passato ma anche, nel ricordo del passato, nel presente. E se così fosse, allora dovremmo ritenere che i percorsi “diffusi” potrebbero essere molti come quelli oggi vittime di incurie e di poca memoria come le esperienze industriali, ad esempio.

In una regione che riscopre, con poca ragione storica, il mito del borbone illuminato, forse rivedere alcune esperienze che hanno dimostrato una certa vocazione alla produzione e al lavoro dovrebbe essere un motivo sufficiente per creare percorsi didattici che, altrettanto diffusamente, dovrebbero favorire la “diffusione” di una cultura del saper e poter fare piuttosto che arenarsi nel solito pianto ormai senza fazzoletto. L’assenza di progetti di recupero, seppur in termini di percorsi di “memoria” di esperienze significative, con tutti gli errori del caso, è l’ostacolo da superare. Dalla lavorazione del gesso alla coltura del bergamotto, dalla tessitura alle tradizioni delle capacità nella conservazione dei prodotti alimentari nel tempo diventano, allora, motivo di ricordo e opportunità di riflessione per rilanciare abilità cestinate da un comodo laissez-faire assistenziale che, francamente, ha solo diffuso apatia e senso di abbandono.


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