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Parodie comunali… e non solo

Questa settimana potevo scegliere un titolo diverso e forse più adeguato alla realtà politica ed amministrativa che ci vede testimoni ogni giorno in Calabria della vita amministrativa dei nostri comuni. Potevo rifarmi al dramma nella sua accezione teatrale che mutua dalla tragedia greca molto del suo significato ma che, rispetto a quest’ultima, lascia aperta la porta della comicità e non solo della tristezza. Tuttavia, forse, in ragione della nostra mai sopita verve magnogreca - che rispolveriamo ogni qual volta essa ci viene in soccorso quando soffriamo di crisi di identità - anche la tragedia poteva essere un buon termine per descrivere la reale condizione delle amministrazioni locali.


Amministrazioni, queste ultime, divise tra scioglimenti preannunciati, resistenze alla ineleggibilità pro democrazia, proclami di lavori pubblici mai finiti di cui si disconoscono i termini di finanziamento e dichiarazioni di dissesto quasi ad orgoglio di chi le approva al di là di ogni tentativo di consolidamento (nella convinzione che un accesso a condizioni migliori di sostegno economico-finanziario per un comune in dissesto non abbiano anch’esse dei costi che, per quanto bassi, comunque necessitano di risorse per poterli prima o poi ripianare). Ma anche se avessi utilizzato il termine tragedia avrei dovuto considerare il significato non così scontato della parola dal momento che essa racchiude in sé una sorta di rappresentazione drammatica, certo, ma che dovrebbe nella maggior parte dei casi avere come oggetto un complesso problema di coscienza sviluppato - attraverso vicende accentuatamente ricche di pathos - in direzione di una finale catastrofe chiarificatrice, ma anche liberatrice.

Ora se così fosse avremmo almeno un finale “chiarificatore” da cui poter ricominciare. Ma questa parte interessante non sembra essere stata ancora scritta. Scelgo, allora al concetto di parodia. Si perché, tra scioglimenti discutibili di comuni eletti da una sovranità che si intende viziata processandone le intenzioni al di là dei fatti che richiederebbero prove e non ipotesi, dissesti progressivi già dichiarati e conosciuti da tempo e noti alla cronaca e alle esperienze politiche di chi oggi chiude la partita denunciandone l’insolvibilità, sembra che forse più che un dramma o una tragedia si stia vivendo una sorta di parodia delle amministrazioni pubbliche. E, questo, dal momento che, risultati alla mano delle azioni espresse negli anni e in questi mesi, sembra che sia questo ciò che emerge.

Ovvero, una non bella “riproduzione” di pubbliche amministrazioni, non solo locali per carità, di ciò che si propongono di voler essere, o che comunque sia sembrano voler essere ma che, alla fine restano molto lontane da ciò che dovrebbero essere. E cioè, un luogo nel quale le idee e le soluzioni dovrebbero andare oltre il dato politico e dovrebbero assumere una funzione di realismo e di condivisione che metta al centro il cittadino e, con esso e per esso, esprimere il diritto ad un’azione responsabile, consapevole e soprattutto pienamente partecipata. Perché partecipazione significa riconoscere limiti ed errori, dotarsi di una dose di umiltà e ricominciare nella convinzione che non esistono ragioni per opporsi ma necessità per unirsi, per difendere un diritto o per affrontare una spesa.

Per restituirsi dignità e garantire servizi altrettanto dignitosi. Per mettere da parte rigidi e malcelati personalismi e guardare al futuro in un percorso senza steccati. Per dimostrare capacità nelle idee e nella loro realizzazione, abbandonando proclami di vecchio sapore elettoralistico. Perché si può essere, politicamente si intende, anagraficamente giovani ma politicamente vecchi se modi e termini vengono a mutuarsi dalle vissute e vive logiche del potere e non dalla novità della partecipazione e della responsabilità concreta mettendo da parte ambizioni di salti in avanti ristabilendo, così, la supremazia della politica come servizio e non della politica come trampolino per il successo.



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