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Riscatto del Sud. Ma da chi e da che cosa?

Che la Calabria viva una vita non facile questo lo sappiamo. Non vi sono dubbi che ancora oggi la Calabria, vive in una sorta di ritardo endemico sia nelle possibilità di crescita economica che di accesso diffuso ad una qualità di servizi pari a quella offerta da altre regioni. E, non vi sono dubbi, che politiche nazionali poco accorte verso le regioni meridionali e, soprattutto verso la Calabria, abbiano avuto come risultato quello di creare un solco ormai difficile da colmare nel breve termine.


Tuttavia, senza cadere nelle tentazioni neoborboniche o nella solita retorica della colpa altrui dovremmo però fare un esercizio di sincerità intellettuale cercando di rispondere ad alcune domande. Vediamole. La prima: è possibile parlare ancora oggi di riscatto? Io credo che il termine riscatto abbia un significato molto preciso e che non lascia adito a particolari interpretazioni. E ciò, soprattutto nel momento in cui per riscatto si intende l’affrancarsi da una condizione di inferiorità per raggiungere, dimostrandoli, risultati di particolare importanza che evitino l’essere secondi o il finire in un girone di retrocessione cronica.

Se così fosse allora dovremmo chiederci come mai, seppur nelle obiettive nebbie della programmazione centrale, quella regionale non sia stata capace di riscattarsi prima, utilizzando al meglio le risorse disponibili, pianificando le spese con competenza e attribuendosi degli obiettivi da perseguire in modo chiaro in tutti i diversi ambiti della governance locale: sanità, trasporti, turismo, aiuti alle imprese, agricoltura ecc... E, ancora, se così fosse, dovremmo chiederci quanto sentimento di riscatto fosse presente in chi della politica ne ha fatto e ne fa mestiere, piuttosto che considerarlo uno strumento di riscatto dovendo misurare oggi quali risultati costoro abbiano portato alle ragioni della Calabria e della stessa locride.

Non avendo argomenti se non quelli dei luoghi comuni che sanno ormai di stantio, forse dovremmo ricordarci che artefici del nostro riscatto siamo solo e soltanto noi e non è certo corretto spostare sulle altrui responsabilità le mancate aspettative dei cittadini calabresi se non ammettendo il fallimento della politica regionale e locale. La seconda: riscatto da che cosa? Direi che il principale riscatto è proprio quello da conquistare rispetto ai sacerdoti dell’ultima ora. Ovvero riscatto da coloro che alle parole ad effetto da campagna elettorale hanno fatto seguire solo e soltanto silenzi verso le scelte politiche del passato decise dai propri referenti di partito romani; riscatto da coloro che oggi trovano motivo e passione per denunciare una realtà di stallo della quale si sono accontentati, e bene, nel ricercare nel sistema regionale e locale buoni argomenti per sopravvivere, politicamente, professionalmente e giornalisticamente.

Insomma, riscatto da che cosa? Di certo dalla nostra apatica visione del mondo, da una comoda e costante deresponsabilizzazione che ci ha contraddistinto nel tempo che ci ha volutamente impedito di capire che il principale responsabile del destino di una comunità è essa stessa e, con essa, coloro che si sono succeduti sino ad oggi al suo governo ritenendo di possedere le qualità per poterla guidare. Spostare responsabilità su altre cause o sulle solite cause oggi ha solo il valore di un alibi o è risultato di uno specchio ormai così comodamente appannato proprio da coloro che non vogliono guardarsi in viso e farsi un definitivo e onesto esame di coscienza. Perché il riscatto richiede anzitutto nella capacità e volontà di giudicare i propri limiti ed errori e poi, soltanto dopo, esso può diventare una affermazione di una dignità che non si costruisce sui luoghi comuni, ma superando ogni colpa così come ogni scusa.



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