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Pellegrinaggi elettorali

Pellegrinaggi elettoraliLeggere i quotidiani in questi giorni è quasi obbligatorio anche se volessimo sorvolare sulle questioni politiche che ci assediamo ogni giorno attraverso i media che dispongono, o credono di disporre, del nostro pensiero o delle nostre scelte. Anzi, direi, che le analisi che vengono pubblicate regolarmente non solo sulle intenzioni di voto ma sulla corsa al collegio sono di per se emblematiche dal momento che la caccia alla candidatura non solo è l’argomento principe delle cronache nazionali, ma anche locali.


Ora, non sta a chi scrive queste poche righe esprimere giudizi di valore, non ne sarei capace e non ne ho titolo restando fedele alla massima quasi evangelica di non voler essere poi giudicato a mia volta. Tuttavia, da cittadino curioso non posso non notare come in molti articoli si sottolinei quanto e in che termini si sia aperto un pellegrinaggio romano alla ricerca dell’investitura elettorale. Una sorta di esercizio di pre-candidatura di tipo quasi neofeudale per la quale ogni aspirante porterebbe con se potenziali di voti e legittimazioni di ruolo che dovrebbero fargli avere quella posizione di eletto, in termini di preminenza assoluta rispetto ad altri pari e non di risultato, con la quale suggellare la sua capacità di rappresentare una comunità e di essere attore del destino di uno Stato.

Lascio al lettore più attento ogni riflessione sulle qualità necessarie e sulle competenze possibili; non quelle che arricchiscono le prodezze politiche, ma quelle che hanno dato o darebbero risposte concrete a quanti chiedono maggior attenzione sui servizi e sulla qualità della vita, oltre che sulle opportunità di lavoro e di crescita personale e della comunità. Il pellegrinaggio romano, ormai una costante per buona parte della classe politica calabrese, sembra andare oltre le vicende delle indulgenze, che magari potevano dare qualche segno di capacità di autonoma ed onesta valutazione di se stessi, magari facendosi portatori di un’idea di riforma delle modalità di reclutamento e delle capacità di ideazione del futuro disancorandolo dalla mistica di partito. Ma mi rendo conto che, alla fine, la logica del padre-padrone rimane sempre valida e la nostra dipendenza prima da noi stessi, uomini che non si mettono in discussione perché senza limiti alcuni, e poi dal potere, anche solo di una segreteria o di un segretario di partito, è ancora una volta la logica di sempre. Quella logica che gioca al ribasso della virtuosità per affidarsi – ottenuto l’agognato feudo - ad un più comodo …accomodamento.



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