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Lettere di addio

Lettere di addioEssere connessi è certo una caratteristica dei nostri tempi e, in verità, anche una necessità dei nostri giovani i quali al fascino dell’immediatezza della trasmissione di sentimenti e ansie attraverso la semplificazione digitale sembrano non saper rinunciare. Comunicare, condividere, presentare, rappresentare diventano momenti di vita consumati in una tastiera mentre si sta decidendo cosa fare per il proprio futuro lasciando agli altri il compito di capire e riflettere.

 

Leggere, così, all’ombra della stampa che conta su un webzine la lettera di Alessio quale addio di un giovane calabrese che lascia la sua terra giudicata “invivibile”, non è certo una novità. Forse lo sono i modi, ma neanche questi dovrebbero essere così particolari dal momento che mutano solo i mezzi e la rapidità di diffusione del pensiero, ma non il contenuto. Già, perché rileggendo la lettera di addio di qualche giorno fa ripercorriamo nelle nostre menti la lettere di quanti, tanti, troppi, nei decenni del Novecento e in questi ultimi anni hanno lasciato tracce di malinconia, di delusione e di rammarico per una terra ritenuta ingenerosa. Madre disattenta, se non assente, nel prendersi a cuore le sorti di generazioni di calabresi che hanno deciso di lasciarla per altre destinazioni e per ben altre terre non sempre così distanti dalla nostra. Eppure da questa ennesima, e forse emblematica nella sua manifestazione, dimostrazione di esilio volontario non ho visto o letto commenti sulle pagine dei giornali da parte di coloro che sono stati, di quelli che lo sono oggi quanto di coloro che vi si approssimano ad esserlo, responsabili della guida della regione. Non ho letto risposte, non ho percepito sussulti di dignità, non ho visto, se non nelle righe dei social, sentimenti che affermano principi di solidarietà o che in tutta sincerità si riconoscano colpe per decidere di voltare definitivamente pagina. Ognuno guarda se stesso e, se soddisfatto della propria piccola fortuna, non condivide il disagio e le paure di chi abbandona una regione depauperandola man mano di intelligenze, di idee, di voglia di fare. Credo che a nulla servano pubblicità ben pagate sul turismo possibile, che poi si riduce ad un solo mese, o altre eccellenze che nulla dimostrano se non essere un argine, debole, alla deriva di una regione che si modella nella sua fragilità proprio nelle parole di coloro che l’abbandonano. D’altra parte, chi si è soffermato ad analizzare i flussi migratori dei nostri giovani in questi primi anni del nuovo secolo? Chi ne ha fatto oggetto di valutazione dei motivi, delle capacità potenziali perse, delle destinazioni raggiunte e dei motivi della loro scelta? Neanche le università hanno dedicato tempo ed idee non solo per comprendere il fenomeno quale oggetto di studio e di approfondimento, ma neanche nel capire il perché della stessa migrazione universitaria che, in fondo, per una regione con tre rettorati, sa molto di sconfitta. Io credo, come quei tanti, molti, che sono approdati ad altri lidi che non si tratti di invivibilità di una terra che, nella sua frugalità, non ha colpe. Quanto di mancanza di volontà - oggi sostenuta da alibi che non hanno più ragioni storiche da macinare a loro favore se non strumentali luoghi comuni – di chi avrebbe dovuto guardare avanti e non solo fermarsi al comodo limite del proprio benessere o successo personale ottenuto in un deserto. Il risultato, alla fine è uno solo. La decisa e continua fuga per sopravvivere come persone, come intelligenze e come …calabresi.


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