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La Calabria e i suoi Messia

La Calabria e i suoi MessiaNon c’ è bisogno di leggere sulle pagine di un giornale nazionale o sui diversi rilanci online che ancora una volta un Salvatore è sbarcato in Calabria. E, altrettanto, non credo che ci possa meravigliare che comitati di cittadini, sia prima che dopo il voto, si affrettino a manifestare il loro pensiero di rivincita alla ricerca di chi, e in quale modo, possa loro o promettere qualcosa o affrancarli da una condizione dichiarata di marginalità.


Capisco che siamo sotto Pasqua e che, probabilmente, la Settimana Santa in termini di salvezza sia iniziata con un leggero anticipo, ovvero il 4 di marzo. Tuttavia, ciò che mi colpisce è il come e con quale tempismo vi è chi ha promesso redditi senza lavoro e chi, terminate le consultazioni, è ritornato sui passi del suo Grand Tour per raccogliere il paradosso di vincere in terre contro le quali aveva costruito in passato il proprio successo politico. Insomma, se Pirandello fosse ancora tra di noi avrebbe avuto molto da scrivere e, forse, qualche nuovo personaggio avrebbe di certo trovato spazio nella sua fantasia. Ma Pirandello o meno, tutto questo ha un solo significato che a buona parte dei rispettabilissimi, nobili e passionari neomeridionalisti sembra sfuggire. E, cioè, il nostro modo di essere pronti a servire il liberatore di turno, meglio se forestiero. E, attenzione, ciò non riguarda solo la gente comune, ma anche la classe politica calabrese che sino a qualche elezione fa, ma ancora oggi per non perdere una sana abitudine, si era sempre fatta legittimare alterum pro domo da quella romana.

Oggi però, forse non ritenendo più affidabili i politici calabresi di ieri che mediavano come buoni feudatari tra popolo e sovrano, il re politico ha pensato bene di far da sé. E poco importa se costui sia giunto dalle lande del Nord o sia un nuovo partenopeo cosmopolita postborbonico stellato o un neoproletario di una sinistra chic con il portafogli a destra. Ciò che importa per noi che pendiamo dalle labbra di chi ci conviene, è ancora una volta l’aspettare cosa ci daranno, cosa faranno costoro per evitarci di prendere, e non ri-prendere, in mano il nostro destino. Perché alla fine, ciò che emerge dalle foto e dai discorsi arringati per la circostanza, non è la vittoria di uno o dell’altro, ma l’ennesima consapevolezza di essere passati da buoni vassalli del principe a diretti sudditi del re politico.

Una condizione comoda, che delega l’impegno, le idee, queste ultime difficili da mettere in campo e ancor più difficili da difendere e realizzare. Di fronte a tutto questo, le pagine e le foto delle masse che “fannu rota” all’ uomo politico della Provvidenza non dovrebbero meravigliare nessuno e per un motivo che non è di colore politico, ma bensì culturale se si vuole e anche di carattere, purtroppo. Siamo ancora così! Aspettiamo da decenni la nostra Pasqua, ma invece di confezionare il nostro uovo mettendoci dentro la sorpresa che vorremmo, e lavorando per raggiungerla, aspettiamo con comoda apatia che ancora una volta a celebrare la nostra possibile rivincita sull’inedia siano altri.



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