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Ero (lo siamo ancora?) in guerra e non lo sapevo

Da ragazzino, ancora con le guance rosee di sprovvedutezza o di incoscienza, all’uscita di scuola mi dirigevo spesso da solo verso casa, se non mi fermavo in caserma ad aspettare mio padre per tornarvici insieme a lui. Non erano di certo anni facili per la “Piana” e non solo per le crisi economiche che ciclicamente hanno fatto da contorno alla nostra vita. Bensì, per quella corsa verso una battaglia quotidiana combattuta contro il crimine che sentivo non solo raccontare, ma che vivevo e vivevamo tutti ogni giorno.

Per l’ennesimo omicidio, per una faida mai consumatasi, per macabri rituali e spavalderia di una criminalità che giocava a palla con le teste delle vittime in pieno giorno o per i colleghi di mio padre caduti tra gli aranceti di una primavera appena iniziata. Non c’era nessuno che ci ricordava a scuola che fossimo in guerra, neanche quando tornavamo in classe dopo aver superato con lo zaino sulle spalle l’ennesima strada con il solito lenzuolo bianco che copriva la tragica vittima di un crimine. Non vi erano conferenze sulla legalità o incontri da parte di uomini delle istituzioni tali da farci intimorire o costringerci a vivere nella paura più di quanto, in molte circostanze, già la si sentiva addosso. Eravamo tutti molto ben consapevoli ogni giorno di dove e, soprattutto, di come vivevamo i nostri anni. C’era, però, il coraggio della quotidianità che doveva andare avanti e che guardava al crimine del giorno quasi come se si trattasse di una malattia dei nostri tempi. E non era senso dell’abitudine o rassegnazione, argomenti a vanto di ottimi esperti della società calabrese. Era il ritenere il crimine una patologia che andava superata e che per la cui cura nessuno di noi aveva mai messo in dubbio il fatto che lo Stato non avesse gli anticorpi per reagire.

Una convinzione che era ben ferma nel rispetto che veniva attribuito ad ogni uniforme senza dover guardare serie tv per credere nell’impegno di ogni singolo carabiniere o poliziotto. Ma non solo. Abbandonato lo zainetto dello scolaretto e dovendomi abituare al ben più ingombrante peso dei libri del liceo, sembrava che nulla fosse cambiato e che fare i conti con l’illegalità del crimine sarebbe stato il limite di una nuova guerra non dichiarata contro il nostro stile di vita. Eppure, anche in quegli anni di liceo all’ombra delle palme di una villa comunale che ci accoglieva come un nido - insanguinati con la tragedia di un nostro compagno di scuola ucciso da mani indegne di uomini come noi - non ci siamo arresi. Non ci siamo messi a piangere addosso, né ci siamo abituati a considerare la nostra terra come terra criminale. Non vivevamo di legalità raccontate perché il senso del giusto era in noi, in ogni manifestazione contro il crimine come nelle discussioni nelle assemblee d’Istituto. Non ci serviva ascoltare sacerdoti laici in predica dal pulpito di una televisione, o leggere abili firme di una vena giornalistica legalitaria di circostanza, per ricordarci il senso “legale” del nostro impegno. Rispondevamo dimostrando con la voglia di vivere che la nostra guerra non dichiarata era combattuta con l’impegno quotidiano.

Non eravamo struzzi, ne delegavamo al pensiero unico di turno o alle lusinghe dell’opportunismo politico del momento come accade oggi. E siamo cresciuti! Oggi però, scorrendo nello zapping frenetico alla ricerca di qualcosa che ci impegni le serate, scopriamo in molti, al di là dei contenuti e delle buone, mi auguro, intenzioni di una produzione televisiva che siamo ancora una volta in guerra. Che guardare o calpestare ogni angolo del territorio sia come posare il piede su un pezzetto di Vietnam calabrese. Una terra di confine rappresentata, ancora una volta, in guerra con se stessa e tragicamente con lo Stato. Ma forze speciali o meno, da calabrese che ha vissuto i drammi degli anni più roventi della criminalità selvaggia, credo che comunque, e vista l’efferatezza del crimine dimostrata tra gli anni Settanta e Ottanta, gli uomini non speciali, ma comuni soldati dello Stato, avevano già raggiunto ottimi risultati senza liste di priorità nelle catture, ma convinti della necessità di colpire chiunque avesse commesso un crimine senza valutare l’impatto mediatico assicurato da quella o piuttosto che dall’altra operazione, dall’imporre il brand di quel reparto piuttosto che l’altro.

Ecco perché, proprio per questo, serie tv a parte, dovremmo chiederci perché non ne sono seguiti altri di risultati “normalmente” eclatanti e, soprattutto, definitivi. Sono cresciuto nella normalità di una lotta condotta da uomini dello Stato normali. Uomini che parlavano e che conoscevano altri uomini, situazioni, storie, ambienti e circostanze. Uomini che approfondivano perché vivevano il territorio senza sentirsi al di sopra del senso comune dell’umanità necessaria per comprenderlo ed immedesimarvisi. Uomini che avevano come scopo quello di combattere senza far cadere nello strazio di un conflitto mediaticamente prodotto una comunità intera. Una comunità a cui forse, nonostante le ferite quotidiane, andrebbe riconosciuto il diritto di vivere ogni giorno credendo che combattere il crimine sia una normalità per tutti e non una guerra solo per uomini, seppur apprezzabilmente, straordinari. Andrebbe riconosciuto il diritto alla nostra terra di non essere sempre e comunque considerata una terra criminale, un triste e tutto italiano Vietnam dei nostri giorni. Una rappresentazione a cui affidare il successo dell’ennesima serie televisiva per dare una credibilità alla lotta alla criminalità che nessuno ha mai smesso di riconoscere, in questa terra, ad ogni istituzione dello Stato.


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