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Libertà dalla verità o dagli alibi?

Libertà dalla verità o dagli alibi?Ci troviamo in un momento della storia dell’Italia nel quale ognuno di noi sembra aver perso ogni certezza. Ogni sicurezza sulla quale aveva costruito il proprio futuro, le proprie aspettative personali di successo, o semplicemente di vita dignitosamente sostenibile sia in termini economici oltre che sociali.

Siamo di colpo franati, non credo senza rendercene conto, in un magmatico vortice di dubbi, di ansie che ci dovrebbero imporre di guardare meglio a noi stessi ma non lo facciamo. Le vicende italiane rispecchiano un sentimento di arrendevolezza che rasenta l’apatia, anche se sembra che esistano rigurgiti di dignità ma di un Paese che è, di fatto, fermo su sé stesso. E, ciò, è altrettanto vero in Calabria. Non credo che le ricorrenti celebrate eccellenze superino il loro essere una estemporaneità rimanendo, alla fine, dominus di sé stesse. Nascondersi dietro delle singolari promozioni di prodotti o nella formulazione di progetti ad alto respiro come la Zes senza inserirle in un disegno di crescita complessiva, non muta l’ordine di una terra bloccata. Sanità, trasporti, impresa, qualità della vita degli anziani e abbandono dei centri rurali sono ancora oggi quegli aspetti di una mancata libertà che ogni giorno si vivono quando si aspetta una visita medica, si attende un referto o ci si confronta con la mobilità quotidiana.
 
Le cosiddette eccellenze che ogni giorno occupano parte dei notiziari da sole non affrancano dalla realtà quotidiana, tanto quanto una sola rondine non fa primavera, e di primavere ne sono passate tante. Festeggiare la Liberazione ha un senso storico, non vi sono dubbi, ma lo ha in realtà diverse dalle nostre non solo perché eravamo, ad esempio, in maggioranza monarchici se non politicamente agnostici nelle nostre piccole province. Bensì, perché ognuno di noi guardava al limite della propria piccola storia, distante dalla grande storia delle città più lontane da noi, ma più vicine al potere, ai grandi cambiamenti. Ognuno di noi era asservito ad una idea di potere e di proprietà che era lavoro per un proletariato contadino non organizzato e poco rivoluzionario se non portato al limite della sopravvivenza. Ecco perché, libertà ieri come oggi - al di là di ciò che rimane della comoda rendita assistenzialistica di ritorno – rimane nel nostro Sud il riuscire ad affrancarsi non tanto dal bisogno del consumo, superato parzialmente dall’opulenza delle disponibilità ricevute o maturate a vario titolo, ma nell’avere il coraggio di liberarsi da alibi da rassegnazione.
 
Alibi, questi, che per chi domina nel potere che conta assicura l’esercizio della autorità, mentre per chi ha reddito fa dimenticare che i servizi e la qualità della vita non è solo disporre di possibilità di fuga a necessità con il primo aereo disponibile. Vivere senza libertà significa vivere nel favore, nella poco dignitosa consapevolezza di sentirsi parte di una terra che non avvolge, che non protegge, che non sostiene, che nasconde con i proclami piuttosto che riscattarsi con i programmi una ipocrisia di fondo: quella di credere di ritenersi libera si, ma solo per alcuni impedendo che l’illuminante massima di Charles-Louis de Montesquieu si traduca in realtà. E cioè che […] “…La libertà è quel bene che ti fa godere di ogni altro bene.” […].


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