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Ultimi ma contenti… Il paradosso della sconfitta

Ultimi ma contentiUna volta la sanità: ultimi in Europa. Una volta l’occupazione giovanile: ultimi in Europa. Oggi la svolta: affidarci ad una Zes. Ora, per carità, chi mette in dubbio la bontà, e la sincerità, di ridefinire in termini competitivi un territorio. Tuttavia, Zes o non Zes partiamo da una certezza: siamo ultimi. E non si tratta di un momento del campionato di calcio nel quale si spera di poter risalire una classifica che condanna solo temporaneamente.
 
Si tratta di quella che viene definita in termini generali come brand reputation, e che si adatta ai casi di istituzioni che dovrebbero mirare ad una identità competitiva, ovvero a dotarsi a premessa di ogni volontà di crescita, di una reputazione territoriale che in termini economici uno Stato, una regione dovrebbe avere. Al di là di ogni analisi macroeconomica, pur leggendo di eccellenze a vario titolo spese sui giornali o di progetti di Zone economiche speciali, sembra che magicamente la Calabria sia destinata a diventare una sorta di Dubai del Mezzogiorno offrendo incentivi e condizioni economiche vantaggiose alle imprese esistenti sul territorio e a quelle che vi vorranno investire. Nessuna critica alle buone intenzioni del legislatore e del governo che ne ha emanato di recente il decreto attuativo, ci mancherebbe.

Tuttavia mi chiedo a quali imprese ci si intende rivolgere e all’interno di quale piano imprenditoriale ci si voglia riferire, soprattutto guardando alla Calabria e alle sue Zes in termini di capacità competitiva dal momento che né l’industrializzazione né una agricoltura di nuova concezione sono in fondo state riconsiderate all’interno di un modello economico che sopravvive all’ombra di se stesso. Creare una Zes richiede non solo una chiarezza delle capacità produttive e di valorizzazione delle risorse territoriali. Essa richiede un livello di infrastrutturazione che abbatta tempi di lavorazione e di distribuzione dei beni prodotti che di fatto non sono paragonabili alle possibilità offerte da altre realtà nazionali e mediterranee. Non solo.

La stessa qualità della vita in termini di servizi non mi sembra così fortemente attrattiva al punto da far si che –al di là dell’estemporaneità di qualche illuminato e sostenuto investitore– ciò possa rappresentare un motivo di allargamento della volontà di trasferire nella nostra regione anime ed intelligenze dall’esterno per sostituirsi a quelle che ogni giorno perdiamo con i nostri ragazzi che affollano treni ed aerei con destinazioni diverse. D’altra parte non vi sono dubbi, tranne che non si voglia credere a visioni complottistiche di moda oggi, che siamo ultimi. Terribilmente e incontrovertibilmente ultimi non solo in Italia ma in Europa, e non credo che una Zes faccia la differenza. Eppure, in questo record al negativo che ci viene attribuito noto un certo distacco.

Una sorta di rassegnazione e di apatia alla non novità che mi fa riflettere sul commento di un mio amico. E, cioè, che essere ultimi diventa una rendita spendibile sempre. Ogni volta che si tratterà di doverci commiserare per il sentirsi abbandonati quando non sappiamo o non vogliamo dare delle risposte alle nostre inerzie. Ogni volta che si sarà da chiedere qualcosa partendo dalla nostra condizione di comoda marginalità. Perché, sempre alla fine, essere ultimi è e rimane il miglior alibi spendibile per presentarsi con il collaudato piatto romano alla porta che conta.


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