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Turista fuori sacco

L'Italia è un Paese strano. Puoi parlare la stessa lingua quasi dovunque o sederti in un ristorante convinto di essere a casa. Eppure, stranamente, può capitarti di sentirti estraneo. Un ospite in terre così vicine eppure molto lontane per abitudini e capacità. Rimini, ad esempio, mi è sembrata, ma credo che in molti lo abbiamo pensato da sempre, la migliore nemesi della visione turistica di un paradosso tutto calabrese.
 
La riviera romagnola non è certo la costa jonica nella sua ampiezza e luminosità, ma essa si illumina di altro. Di capacità di organizzare spiagge e locali, territorio e strutture, ospitalità e servizi. Certo, la Riviera romagnola, come altre blasonate esperienze italiane, è un'industria del turismo, nulla da dire, anni luce da noi. Un gap non recuperabile, forse abbordabile, ma di sicuro non facile da superare. La Riviera, quella romagnola, non quella dei gelsomino fantasma, garantisce da sempre un'offerta multilivello a giovani e famiglie. Divertimento e ospitalità con particolare cura per i bambini, con menù dedicati, locali a tema con personale formato professionalmente per ogni mansione, un'organizzata e disciplinata viabilità, fluida e con parcheggi segnati anche sul lungomare per le auto come per le bici o le moto. Percorsi ciclopedonali immersi nel verde, non un foglio di carta a terra (sottolineo non un pezzo di carta tenuto conto della pressione delle presenze).
 
Essa è una realtà turistica italiana dalla quale non siamo distanti. Ci basterebbe osservare, provare e valutare bene il loro modello, i punti di forza di una governance territoriale collaudata, che richiama oltre ogni crisi e ogni oltre costo, turisti da ogni dove. Si tratterebbe, quale epilogo di umiltà, di cercare di replicare in Calabria quanto realizzato sulla Riviera di Fellini, ovvero una dolce vita sulle nostre coste adeguando metodo e capacità organizzative alle nostre potenzialità. Ma mi rendo conto che si tratta di un' idea che distrugge se stessa dal momento che, ritornando alla memoria il pensiero di un'estate in agonia, si fa strada l'ormai certezza che si tratti di un'operazione impossibile per limiti oggettivi. Scarsa cura del territorio, manifesta saccenza nel decidere come e in che termini fare qualunque cosa, dare la colpa agli altri dei propri insuccessi, non riuscire a fare squadra comune se non per rincorrere il prestigio effimero di un potere infantile, incapacità di educare o volontà di non farlo per soddisfare un comodo senso di rassegnazione, scarso senso del bello se non si tratta di casa propria, sono solo alcune delle nostre colpe.
 
Ecco perché, ad esempio poiché argomenti ricorrenti a difesa, di fronte a tanta consapevolezza, magari sarebbe meglio non cercare alibi dicendo che c’è Tropea, Scilla o Soverato sperando di avere argomenti utili ad emulare e per non cadere nella frustrazione della verità. La Calabria ha 800 km di costa e più del 60% non fruita nei due mesi estivi a cui si riduce la nostra stagione. Questo è un fatto. Come è un fatto che non sia un buon alibi la distanza dai grandi centri dal momento che la mobilità turistica si arrende solo davanti alla scarsità di offerte di trasporti veloci ed efficienti. La verità è che, in fondo, ci accontentiamo della nostra frugalità ormai senza anima predicando sviluppo, ma praticando l'esatto contrario. Ed ecco, allora, che un'altra stagione va rapidamente in archivio mentre noi, viaggiatori senza remore, lasciamo casa per apprezzare il talento altrui non potendo, di contro, modificare nulla di una volontà artefatta e funzionale al lamento strumentale di una terra, oggi, che nasconde se stessa. Una terra che nega se stessa dietro troppe e insostenibili scuse.


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