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Crescita civile. Un parolone

Crescita civile. Un paroloneTra navi e migranti, ponti che crollano senza appello e litigi di circostanza sembra che questo Paese abbia perso di sé ogni traccia. Diviso tra petulanti politici che si arroccano su luoghi comuni ideologicamente insostenibili, e azzardate manovre di ambiti istituzionali che in nome di una molto singolare concezione di autonomia dei poteri sopravanzano ogni autorità derivata dal consenso popolare, il senso di vivere in uno Stato credibile si affievolisce ad ogni sforzo di evitare, senza successo, l’inevitabile zapping.
 
Tra un Tg e l’altro, presi e compresi tra polemiche di ogni tipo, presentate da ogni dove e da una pluralità di sacerdoti figli del moltiplicatore opinionistico offerto dai social, ognuno vorrebbe credere di vivere in una comunità di pensiero, di azioni, parte di un progetto di crescita civile. Ma crescita civile, come scrissi in passato ha molti significati, tutti precisi, ognuno dei quali potrebbe non lasciare adito a dubbi. Tra questi, quello che crescere civilmente significa non solo evitare distorsioni della libertà che si trasformano in arbitrio, ma anche distorsioni della legalità, della verità, della concreta volontà di fare e non solo di recriminare. Distorsioni che si tramutano in sopraffazione o rassegnazione, in arroganza o in arrendevolezza, nello scansare le responsabilità piuttosto che chiudersi nell’apatico atteggiamento di colui che attende.
 
Ma crescere come individui, come comunità culturalmente definita nella sua progressiva trasformazione in una società multiculturale e multirazziale significa, anche, non solo avallare un buonismo di maniera senza pratica, ma disporre di un senso e di un sentimento di cittadinanza che si afferma attraverso una nuova cultura politica. Una cultura che ci faccia sentire tutti italiani dove il significato di sovranità non sia il frutto senza distinguo del sovranismo, ma la ragione dell’identità di valori a cui si riconduce una consapevolezza di un passato che può governare un futuro se non ci si svende ad un pensiero unico che mira a distruggere ogni possibilità di condivisione, anche solo in termini di accettazione di noi stessi quale reazione all’abbandono della nostra storia in nome di un globalismo senza anima. Una crescita che guarda al Paese è, quindi, come una verità che supera una comoda astrattezza liquidabile per ragioni di cassetta politica, che vorrebbe alienare il Paese alle ragioni di un mercato per pochi.
 
Ecco perché, la crescita civile è una nuova cultura politica capace di affermare una tolleranza fondata sulla reciprocità, su un quadro culturale di confronto e di condivisione concepito nell’interesse laico ma identitario della nazione. Dove lo Stato con le sue ragioni di esistenza dettate dalla propria storia scritta con il sangue di vinti e vincitori, non si trasforma in un affare politicamente privato, ma che rimane l’ancora politica di un’individualità nazionale diffusa perché condivisa, di un progetto che va ben oltre le segreterie di un partito o della dittatura delle piattaforme metapolitiche del consenso degli internauti.
 
Dove siano garantite quelle conquiste sociali tutelate dall’unica architettura giuridica fondamentale e garantista per il futuro di cui oggi ancora disponiamo, al di là delle riforme possibili, condivisa e allargata nel consenso: la Costituzione. Il contratto fondamentale che si pone quale documento senza colore, votato da destra e sinistra quando forse ciò aveva un senso, quando essere italiani aveva una sua ragione d’affetto, e nella quale possiamo trovare, ancora oggi, le garanzie e le risposte per un modello sociale condivisibile e sovrano, voluto all’interno di un’ottica di alternanza fondata sul programma del migliore e sul rispetto delle opportunità. Sul miglior governo possibile secondo i cittadini, sulle ragioni di un senso di nazione che non è negoziabile salvo essere pronti a scomparire come Stato, come nazione, come storia, come popolo.


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