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Mercati elettorali aperti

Mercati elettorali apertiC’è uno scrittore che non appartiene alla memoria dei più, e non ha domicilio presso le nostre librerie o biblioteche e non è certo tra le più blasonate firme della carta stampata. Ma rileggendo alcuni brani e annotandone qualcuno ritrovato poi nell’universo delle citazioni del web, forse non è tanto distante da noi. Probabilmente dato che era colombiano, la sua riflessione sembrerebbe quasi fisiologicamente ispirata a certe realtà che hanno tristemente reso famosa la sua terra natale.
 
Per Nicolás Gómez Dávila, infatti, Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga. Ora al di là delle riflessioni sull’immediato, e immaginando i sorrisi o le espressioni di assenso che il lettore potrebbe manifestare nel leggere tale frase, potremmo dire che non siamo poi così distanti da una certa verità di fondo. E, cioè, che il consenso ancora oggi non si trasforma in scelta di un rappresentante sulla scorta di una cura proposta, ovvero di un progetto del fare, ma sulla sola e semplice capacità di conquistarsi le simpatie elettorali evitando cure ma distribuendo promesse, quasi in linea con un remake sublime dell’immortale De Curtis, di chi promette di più. Per carità, è vero, qualcuno potrebbe dire che non vi trova una grande novità in tutto questo e che in Italia e nel nostro Sud, ciò sia in fondo la normalità da sempre, campagne legalitarie o di trasparenza politica e di pensiero imperante.
 
Eppure, per quanto tutto questo non sia una novità, è e rimane interessante notare come dal tunnel della politica delle promesse non si esce. Anzi. E non è solo un riferirsi alle alterne vicende di un reddito di cittadinanza, che alla fine stenta a sbarcare sulle coste del Sud, magari perché un lunario così artefatto non trova posto nella casse dello Stato e meno che mai luce nelle tasche del cittadino. Ma perché, e ciò è ancora più drammatico, ciò rimane un metodo, un modo di fare della vita politica del nostro piccolo Sud. Ora, per carità, comprendiamo bene che la stagione del calcio mercato si è quasi conclusa e che i nostri figli magari provano ad esercitarsi a grandi procuratori nella virtualità delle contrattazioni e delle campagne acquisto del Fantacalcio.
 
Tuttavia leggendo i giornali, puntuali come sempre, l’apertura delle prossime contrattazioni per le regionali non è da meno, né nelle premesse meno che mai nel modo. E così, tra chi si guarda intorno per ricollocarsi tra un partito e l’altro, e chi ripropone un film già visto credendo di poter avere qualcosa da dire, nonostante abbia avuto anni per dire e soprattutto per fare, alla fine siamo di nuovo alle promesse e alla solita compagna acquisti con tanto di pubblicità offerta da quel quotidiano piuttosto che l’altro. Sblocco di fondi comunitari a favore dei comuni al di là di programmi possibili, elenchi di risultati ottenuti ma, per carità, solo poco visibili, ricandidature riproposte convinti di poter arginare una deriva verso un populismo di provincia sin troppo evidente rappresentano gli ingredienti di sempre.
 
Ma in fondo, cosa vogliamo? Ci affideremo al solito mantra politico-elettorale convinti che il nostro guardarci attorno offra ragioni per apprezzare qualcosa di diverso. Ma, in realtà, sarà solo il continuare a mettere in campo e servire una nuova abitudine. Quella di trovarsi sempre a dover scegliere una classe politica distante dalle regole del sapere, saper dire, saper fare e, soprattutto, saper essere.


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