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Le ragioni di tutti e di nessuno

Le ragioni di tutti e di nessunoCredo che qualcuno, o forse più di uno si sia chiesto in questi mesi nei quali tale rubrica prende vita, qual è il senso di un Calabrese per caso, se tale definirsi possa avere un suo significato intrinseco o se si tratti solo di un titolo messo lì per creare una sorta di originalità per un pensiero che si manifesta liberamente e senza condizionamenti di alcun tipo. Oppure se, tale definirsi, possa rispondere ad una vis polemica gratuita, magari ispirata da una sorta di irriverenza verso un Sud che stenta ad essere diverso.
 
Ebbene, a distanza di tempo - e convinto che qualcuno si sia posto tali interrogativi sui contenuti di questa umile rubrica – credo sia corretto, proprio in un momento molto particolare della vita pubblica della locride, dare alcuni riferimenti che non hanno nulla di indigesto per il solo fatto che non vi sono riserve ideologiche o manifestamente di parte da difendere, come non lo è mai stato per chi vi scrive. Sentirsi Calabrese per caso non è una formula strumentale, né un modo scelto per non riconoscersi identitariamente con la propria terra, i propri spazi, la gente con la quale hai condiviso infanzia e maturità. E’ forse una necessità di guardare da una prospettiva diversa, più ampia, che fa del distacco un mezzo per evitare quel coinvolgimento emotivo che spesso rappresenta il rischio maggiore nel fuorviare ogni sforzo di analisi se, l’analisi, è onestamente diretta verso la proposta di soluzioni oltre che nel voler dare spiegazioni.
 
Essere oggi Calabrese per caso permette di guardare a quanto accaduto e a quanto accade sulle sponde del mare dei bronzi con occhi leggermente diversi e, forse, non così miopi come qualcuno potrebbe anche credere. Nella vicenda che domina la tempesta perfetta scatenatasi nell’universo dei media in questi ultimi giorni, credo che non vi siano ragioni che possano spostare la bilancia a favore di qualcuno. Ciò che emerge non è solo l’insufficiente senso del significato di autorità, sia essa pubblica che politica, per quanto legittime, ma lo strumentale sacrificio di vicende umane sull’altare di ciò che viene ritenuto politicamente più corretto rispetto ad altro, ponendo ai margini l’attività della magistratura. Credo che in questo Paese, non me ne voglia lo scrittore e neoregista partenopeo approdato in terra di Calabria, si possa mettere in discussione tutto liberamente e non condividere, altrettanto liberamente, anche le scelte di chi opera sotto l’imperio di una legittimità attribuitagli per legge. Tuttavia, però, ciò che non può e non deve essere messo in discussione è il rispetto dei poteri, delle cariche e delle funzioni tanto quanto la responsabilità di chi li riveste.
 
Rispetto, il primo, che se è obbligo giuridico per chi esercita un’autorità lo è anche nei confronti di questi verso se stesso e la propria comunità in termini di responsabilità. Che si tratti di un sindaco o di un ministro credo che non vi siano spazi di prevaricazione possibili o di elusione di norme che siano giustificati dal rivestire simili autorità. Autorità che dovrebbero conoscere e riconoscere, assumendoli o rispondendone, poteri e limiti. La corsa alle rivendicazioni, o a scenari degni del migliore dei romanzi di un Ken Follett poco interessato però alle dinamiche del Sud, è una corsa senza traguardi, senza vincitori o sconfitti o, credo, solo con sconfitti lungo una strada che alla fine accomuna, nell’essere responsabili a vario titolo dell’ordine e della sicurezza pubblica, sia un ministro che un sindaco. Il primo quale autorità nazionale, il secondo quale autorità locale.
 
Sicurezza ed ordine pubblico che non escludono alcuna politica di ospitalità e che, al contrario, in un clima di reciproco rispetto delle norme e della salvaguardia della convivenza civile richiedono sinergie intellettuali, per non usare altro e forse più significativo termine, che dovrebbero andare ben al di sopra delle diversità di colore politico. In un paese democratico, perché questa è l’Italia al di là delle semplicistiche e abbondanti opinioni molto di parte, l’aspetto che emerge ancora una volta è che si sacrifica una terra in difesa di valori che gli appartengono da sempre e che non ha mai avuto necessità di doverlo dimostrare con buchi mediatici. Il caso di Badolato Superiore nel 1998 è stato un esempio ma non ha di certo goduto dello stesso impatto mediatico e oggi in pochi se lo ricordano.
 
Dividere una terra come la locride, quanto dividere una nazione, rappresenta il risultato peggiore per una democrazia e chi contribuisce a farlo è parimenti responsabile con il proprio avversario del clima che si produce e, nel caso calabrese, della continua marginalità di una regione che non ha mai discriminato pur essendo essa stessa discriminata. La legalità non ha colore politico e non può essere un argomento utile a trasformarsi in uno spot legittimista a convenienza. Così come l’esercizio di un’autorità, sia essa politica o amministrativa, non può essere personalizzabile né strumentale al successo di colui che la riveste. In questo passaggio forse in molti ci siamo dimenticati che la sicurezza e l’ordine pubblico hanno delle regole perché rispondono a delle ragioni, mi spiace ricordarlo per alcuni difensori di un testo che autointerpretano, costituzionalmente sancite.
 
Ragioni che non sono certo un motivo per escludere ma, al contrario, tendono ad includere nel rispetto dell’ordinamento giuridico perché il fine è un umanitarismo solidale quale risultato di valori e principi condivisi. Disobbedienze civili e modelli non possono andare oltre le regole nelle quali ci riconosciamo. Regole che si possono modificare ma non eludere secondo punti di vista per quanto ritenuti ragionevoli. Se così fosse, ognuno potrebbe disobbedire e minare quello Stato di diritto che, ancora oggi, permette il dissenso e la critica anche a coloro i quali intravvedono segnali di derive autoritarie che non superano, per fortuna, la dimensione onirica. Quello Stato, forse poco maturo, di diritto, che dovrebbe garantire equilibrio e ragionevolezza nelle relazioni tra e nelle diversità. Valori sui quali si costruisce la convivenza civile di una società che include, guardando con gli occhi di chi difende un senso di identità che per essere affermato in altre latitudini i nostri stessi nonni, come i nostri figli oggi, hanno iniziato rispettandone le regole.


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