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Europeisti migrazionisti e antieuropeisti sovranisti all’ombra dei Bronzi (di Riace)

Europeisti migrazionisti e antieuropeisti sovranisti all’ombra dei Bronzi (di Riace)Il confronto tra anime ribelli divise tra difensori dell’altruismo al di sopra di tutto e sostenitori della primacy dello Stato quale massima categoria politica di organizzazione politica, giuridica ed economica di una comunità sembra, in Italia, essersi consumata in pochi chilometri dalla costa locridea. Una sorta di querelle politico-istituzionale, con qualche venatura giudiziaria a far da cornice, che sembra quasi traghettare il nostro Paese dall’effimero revival del meridionalismo oggi multietnico e multiculturale alla discussione sul futuro dell’Europa che si gioca con il Gruppo di Visegrád.
Ovvero, con quell’insieme di quattro Paesi, per adesso, dell’Europa Orientale a noi lontani lontani, che sulle politiche migratorie speculano per alzare il prezzo di una loro permanenza o meno nell’Unione Europea. Ora, senza voler annoiare l’attento lettore spostando la sua attenzione sui massimi sistemi – e prendendo in prestito alcune osservazioni condivise con un attento osservatore con cui ho condiviso percorsi scolastici in Calabria - forse dovremmo ricordare che cosa è stata e cosa sarebbe dovuta essere l’Unione Europea. Veicolo, quest’ultimo, attraverso cui raggiungere una migliore comprensione tra i popoli che la compongono e una maggiore condivisione di valori. Probabilmente, sovranisti o meno, o democrat aperti all’altro purché siano altri a occuparsi delle risorse, dovremmo ricordarci che la, sino al 1995,
 
Comunità Europea poi “Unione”, fu una grande intuizione degli statisti tedeschi e francesi del dopoguerra che, con grande lungimiranza, capirono che dovevano essere statuiti in modo stabile ed istituzionale i criteri di risoluzione dei contrasti economici tra i sei Stati fondatori. Costoro, proponendo preliminarmente da un punto di vista economico, intendevano rimettere in campo un’idea politica di un soggetto sovranazionale che vedeva Francia e Germania dalla stessa parte dopo secoli di lotte. Erano, insomma, tali Padri illuminati, convinti che la pacifica convivenza dei decenni a venire non sarebbe stata un’utopia, ma un’opportunità per giungere prima o poi ad un modello federalista o quasi federalista se non almeno confederale. Alla fine del 1989, a ben dieci anni dalle prime elezioni per il Parlamento europeo del 1979, in molti erano anche convinti che altri muri sarebbero crollati come quello di Berlino. Ma la realtà, Maastricht nonostante, fu cosa ben diversa.
 
Ai muri di pietra venivano alzati, ad ogni passo in avanti, muri di gomma. Meno duri, ma più flessibili e direzionabili secondo gli egoismi degli uni o degli altri membri dell’Unione o, altrettanto, secondo le intemperanze politiche di un pensiero omologante che avrebbe dovuto passare al di sopra dei popoli, magari ripristinare una sorta di nuova ideocrazia possibile come se la tecnocrazia dell’euro non sarebbe stata più che sufficiente. Il vero dramma che si compie in Europa, e che si consuma nella Visegrád italiana fatta da partiti che riesumano il loro appeal ideologico e leader a caccia di consensi - magari credendo di essere i nuovi passionari e uomini della Provvidenza - è che in fondo a far dissolvere ogni garanzia di identità, quanto ogni giusto sentimento di tolleranza e confronto, sono proprio coloro che si trincerano in posizioni radicali.
 
Alcuni non riconoscendo il valore della propria identità partecipandola all’ospite; altri andando ben oltre un sentimento di comunità cercando di fare della diversità uno strumento piuttosto che un’occasione di vera e sincera crescita nel rispetto delle tradizioni e degli ordinamenti dello Stato. In questa guerra tra poveri, si fa per dire, eurodelusi, euroscettici e euro-omologatori, nessuna soluzione adeguata sembra affacciarsi all’orizzonte. Vi è solo una mortificante, rinnovata, tendenza al protagonismo e alla personalizzazione che alla fine nega ogni significato al termine comunità: europea, nazionale, regionale e comunale. Visegrád, da tanto lontano, dimostra che è già difficile mettere assieme esperienze storiche europee che, in qualche modo, hanno legami comuni. Così come le vicende del piccolo comune dei Bronzi dimostrano quanto il non aver avuto idee chiare sul come governare le politiche migratorie da Bruxelles sino al breve entroterra jonico reggino alla fine ha trascinato tutti, popolazioni e migranti, su un terreno scivoloso e di difficile composizione se è il risultato complessivo ciò che ci interessa individuare piuttosto che l’emergere di nuove leadership.
 
D’altra parte, quando una politica è così cieca e senza memoria si ottiene il riemergere di rigurgiti "sovranisti" altrettanto miopi quanto quelli populisti o “omologazionisti”. Ed è allora che una sola riflessione rimane da fare. Che in assenza di una proposta politica consapevole ed interprete della storia e delle realtà nazionali forse alcuni, ma non sono pochi in verità, politici dovrebbero evitare di cercare modi, mezzi ed argomenti per distinguersi ad ogni costo, godendo di privilegiati spazi televisivi o pagine offerte dai giornali. Forse dovremmo evitare di credere che non servono agitatori di masse o urlatori mediatici. Probabilmente basterebbe anzitutto guardare che cosa chiedono le nostre popolazioni, le nostra gente, in Europa, in Italia, in Calabria e nella stessa locride per capire che l’ospitalità e, soprattutto, la qualità dell’ospitalità dipende anche dalla qualità della vita, dei servizi, delle opportunità di crescita delle nostre comunità locali. Un esame a cui invito sia i promotori dell’accoglienza senza riserve, e sia coloro che del Sud alla fine se ne dimenticano ad urne chiuse.


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