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Serrare le file?

Serrare le fileDevo riconoscere che molto spesso ti capita di leggere argomenti che non ti aspetti e, soprattutto, capita così di leggere considerazioni che vorrebbero andare controcorrente, ma poi scopri che alla fine si modellano anch’esse su un pensiero unico che si vorrebbe combattere. Ed è quello che mi è successo leggendo un singolare commento, ancorché assolutamente autorevole, su ilfoglio.it del 9 novembre.
 
Mi spiego. Vi sono coloro che ritengono che emigrare, andare via, fuggire se si vuole sia una sorta di nemesi indotta da un sistema che non crea opportunità e che non vuole cambiare ritenendo, in questo modo, che lasciare i propri affetti, i propri luoghi sia alla fine il prezzo da pagare per riuscire a raggiungere obiettivi di vita decorosa, magari anche una vita di successo personale, se non di semplice e quotidiana sicurezza nell’aver conquistato un posto di lavoro. Vi è poi chi ritiene, invece, che andare via sia un modo di arrendersi, un mezzo per abbandonare non si comprende quale lotta e contro chi soprattutto, o forse lo si sa, che invece dovrebbe essere combattuta sul posto, giorno per giorno.
 
Orbene, credo, in buona franchezza, che alla fine in entrambe le circostanze non ci si allontana dalla realtà e che, soprattutto, le due interpretazioni forniscono e finiscono sulla stessa verità di fondo: i calabresi, i giovani e non solo vanno via. E non è vero che non combattono. Forse lo fanno ancora di più dovendosi adeguare a modelli e stili di vita, e a richieste di merito, certamente di non poco conto. A chi chiede di serrare le fila per combattere e sostenere un cambiamento in Calabria si dovrebbe ricordare che spesso sono proprio le famiglie con più possibilità economiche che, pur potendo accedere a ciò che rimane dei servizi in regione, preferiscono guardare altrove iniziando, guarda caso, sin dalle università.
 
Ora, se di resistenza si tratta, probabilmente anche chi chiede di serrare le fila avrebbe potuto liberamente scegliere di frequentare o far frequentare università calabresi e magari, in questo modo, favorire la crescita di eccellenze in loco ponendole al servizio di una terra che non riesce a riscattarsi dal suo lento e farraginoso quotidiano. Credo, sempre in verità, e per minima esperienza a più latitudini, che censurare chi lascia la Calabria da parte di chi vi intende, perché può, restare e chiede di opporre un fronte alla burocrazia imperante o alle mafie quanto sottolineare il ridondante lamento di chi ritorna pago del successo ottenuto altrove sia alla fine uno specchio che offre più prospettive. Peraltro molto personalistiche considerando che, pur vivendo in Calabria non mi sembra manchino, in ogni aspetto di eccellenza proposto, riferimenti e referenze verso altre proposte che certamente non sono calabresi.
 
Si può essere, in altre parole, economicamente romani o milanesi senza per questo dover lasciare le proprie residenze e sappiamo quanto e in che termini amiamo avere punti di contatto in città e regioni dal riconosciuto peso politico ed economico. Insomma, se serrare le file può significare credere che abbandonare la Calabria sia come cedere terreno al burocratese o al dominio dell’illecito, probabilmente bisognerebbe serrarle così bene facendo si che chi vi ritorni con idee e con volontà di fare non sia visto come competitor proprio da coloro i quali o ne piangono la dipartita o ne condannano la resa o tanto per affermare il principio della superiorità di chi si sente milanese o romano d’adozione e ritorna solo per avere uno specchio migliore nel quale vedere la sua aura.
 
La verità, molto triste, è che la Calabria è nemica di se stessa. Lo è forse quando fugge, lo forse quando torna e si assume lo sprezzo di lamentarsi che nulla sia cambiato, ma lo è anche quando essa non fa nulla per cambiare e come un cavallo di ritorno, alla fine rimette in moto quel movimento circolare rappresentato da susseguirsi di fuga-ritorno-rassegnazione e così via. Perché, in fondo, lagne e piagnistei a parte, per chi vi ritorna con voglia di fare - e non con il desiderio di ostentare un successo che poi diventa vanto per chi ne ricerca l’utilità possibile - nessun brocardo latino sarebbe più in voga in Calabria del solito, inflazionato e anche noioso in verità nemo propheta in Patria sua est!


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